Dall’Iraq e dall’Egitto due ricette da leccarsi i baffi

Le frittelle di patate

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Ecco una ricetta molto semplice che i cristiani iracheni preparano durante il periodo della Quaresima come antipasto o contorno.

Ingredienti:

  • 5-6 patate medie
  • 1 mazzetto di erba cipollina
  • 1 uovo
  • 25g di pan grattato
  • 30g di farina
  • spezie: aglio in polvere; curcuma; pepe nero; cumino
  • sale
  • olio per frittura

Preparazione:

Cuocerle in acqua bollente per circa 20 minuti, dopo di che scolarle e immergerle in acqua fredda.

Una volta stiepidite, pelare le patate e schiacciarle servendosi di una forchetta o tritarle con un mixer.

Trasferire le patate in un’insalatiera e aggiungere il pan grattato, la farina, un pizzico di ciascuna spezia, l’uovo, l’erba cipollina e un pizzico di sale. Mescolare il tutto a mano fino ad ottenere un impasto abbastanza omogeneo.

Con le mani leggermente unte, lavorare l’impasto e formare delle palline della grandezza di un uovo, poi schiacciarle per formare dei dischi spessi 1-2cm.

In una padella capiente, far scaldare l’olio per frittura. Friggere le frittelle di patate fino a quando non risultino dorate da entrambe i lati (circa 3 minuti per lato). In alternativa, le frittelle possono essere cotte in forno preriscaldato a 180° per circa 15 minuti, avendo cura di girarle a metà cottura.

Servire le frittelle di patate leggermente tiepide accompagnate da sottaceti.

I falafel di fave (ta’miya)

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Questa è invece un’alternativa ai classici falafel di ceci che viene preparata dai copti egiziani sempre durante il periodo della Quaresima.

Ingredienti:

  • 500g di fave secche
  • 1 cipolla
  • 4 spicchi d’aglio
  • 2/3 rametti di coriandolo fresco
  • 2/3 rametti di prezzemolo fresco
  • 2/3 rametti di aneto fresco o un cucchiaio di aneto secco
  • 1 cucchiaio di cumino in polvere
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • sale e pepe
  • semi di sesamo
  • olio per frittura
  • tahina
  • pane pita

Preparazione:

Mettere in ammollo le fave per almeno sei ore. Una volta ammorbidite, pelarle e sciacquarle.

Servendosi di un robot da cucina, tritare insieme le fave, la cipolla, l’aglio, tutte le spezie e il bicarbonato, fino ad ottenere una purea omogenea e compatta. Se dovesse risultare troppo lenta, aggiungere un po’ di farina.

Lavorare l’impasto a mano e formare delle polpettine. Passare ogni ta’miya nei semi di sesamo oppure in poca farina.

Friggere le ta’miya in olio caldo finché non risultino dorate su entrambi i lati.

Le ta’miya sono ottime da gustare ancora calde, accompagnate da un po’ di hummus oppure usate come farcia per un pane pita con verdure fresche e sottaceti.

tratto da arabpress.eu

Come diventare traduttore letterario?

downloadDa febbraio 2016 riapre lo Sportello di orientamento alla professione di traduttore letterario presso la Casa delle Traduzioni di Roma a cura di Marina Rullo(Biblit.it).
Gli incontri avranno luogo il mercoledì, dalle ore 11.00 alle 13.00, in via degli Avignonesi 32, secondo il seguente calendario:
3 febbraio, 2 marzo, 6 aprile, 4 maggio.
Lo sportello ha lo scopo di offrire a studenti di traduzione e aspiranti traduttori una panoramica sugli aspetti principali della professione di traduttore letterario. Punto di riferimento regolare fornisce, per quanto possibile, una consulenza personalizzata in base alle esigenze specifiche di ciascun richiedente.

Argomenti su cui potrà essere fornita la consulenza:
• Formazione di base: corsi e master, come orientarsi nella scelta formativa
• Primo contatto con le case editrici
• Il curriculum
• La proposta editoriale
• La prova di traduzione
• I rapporti con l’editore
• Il contratto (cenni sulla normativa)
• La cartella editoriale
• Le tariffe
• Le norme redazionali
• La revisione

A cura di Marina Rullo, traduttrice letteraria e fondatrice del network per traduttori editoriali Biblit (www.biblit.it).

Per accedere alle attività dello sportello è necessario iscriversi via mail all’indirizzo:

casadelletraduzioni@bibliotechediroma.it
La partecipazione è riservata ai possessori di Bibliocard che possono farla in sede giungendo 15 minuti prima dell’appuntamento.

Per contattare la Casa delle Traduzioni: 06-45430235/06-45460720

tratto da bibliotu.it

Come vorrei il 2016

images«Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Inizio così questo mio primo e ultimo articolo del 2016, con questa citazione di cui scriverò poi la fonte. E con una domanda: chi sono queste persone? Provate a indovinare. Una di loro potrebbe essere Jamila, che viene dalla Siria e che ha visto suo marito e suo figlio morire sotto le bombe oppure Samira, che ha solo tre anni ed è arrivata in Italia dalla Somalia aggrappata alla gonna di sua madre in un barcone semi distrutto. O Kamal, approdato dal Sud Sudan, dopo un viaggio lungo anni, che, nonostante gli aiuti offerti, vuole continuare a convivere con il suo dolore e i suoi ricordi. O Anush dall’Armenia, che con la sua famiglia prova a ricostruirsi una vita in Italia. Ma potrebbe essere anche Daoud, che dall’Afghanistan ha viaggiato sotto un camion per riuscire ad arrivare nella sua sognata Europa. Potrebbero essere tutte quelle storie che vi ho raccontato e tante altre che affronto quotidianamente e che mi fanno porre mille domande su vite distrutte o piegate dal dolore, su vite interrotte e su vite che sperano ancora in un futuro. E invece ecco qui come prosegue questo estratto: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione» (testo tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912). Ebbene sì, siamo noi, gli italiani, che, sbarcati a Ellis Island, negli Stati Uniti, veniamo considerati come delinquenti, pericolosi per la sicurezza del paese, siamo persone che puzzano e parliamo lingue incomprensibili. Facciamo molti figli e non abbiamo molta voglia di lavorare. Cosa vedete di diverso rispetto a quello che pensa la maggior parte di noi dei migranti che approdano sulle nostre coste e che ci “invadono” quotidianamente? In questo nuovo anno vorrei poter cambiare molte teste, vorrei che anche coloro che non si trovino di fronte alle mie storie facciano qualcosa per un’Italia più accogliente, un’Italia senza paura. Il mio sogno più grande è un 2016 senza guerre. So che ciò non è possibile, purtroppo, e allora lavoriamo insieme per far sì che il nostro sia un paese migliore, partendo dalle idee, dalle emozioni e dalla coscienza. Auguro a tutti voi un 2016 di cuore e sensibilità.

Pandoro? Panettone? Ma no, provate gli atayef!

E’ da un po’ che non scrivo nulla che riguardi la cucina e, visto che sta arrivando il Natale e che tutti noi, chi di meno e chi di più, saremo davanti ai fornelli, vi consiglio un’alternativa ai classici panettone e pandoro, per un tocco originale che non guasta mai.

Originario della Palestina, è un dolce assai diffuso in diversi altri Paesi arabi – quali Marocco, Egitto, Siria e Libano – e preparato soprattutto nel mese di Ramadan, ma anche in occasione delle feste natalizie: ecco gli atayef (o qatayef), pancake ripieni di ricotta e pistacchi!

Qui sotto trovate la ricetta, tratta da arabpress.eu. Buon Natale e buon appetito! 😉

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Ingredienti:

Per la pasta:

  • 300g di farina
  • 50g di semolino
  • 750ml d’acqua tiepida
  • 125ml di latte tiepido
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1 cucchiaino di lievito secco da pane
  • un pizzico di bicarbonato
  • un pizzico di sale

Per il ripieno:

  • ricotta
  • zucchero
  • acqua di fiori d’arancio
  • pistacchi

Preparazione:

Unire tutti gli ingredienti secchi e poi aggiungere il latte e l’acqua. Mescolare per bene fino ad ottenere una pastella liscia e omogenea. Lasciare da parte e far riposare circa 30 minuti.

Dopo di che, far scaldare una padella antiaderente e ungerla con poco olio e procedere alla cottura dei pancake: servendovi di un cucchiaio, versate il composto sulla padella calda, formando dei piccoli dischi. Far cuocere solo da un lato per qualche minuto.

Una volta cotti i pancake, lasciarli raffreddare e preparare il ripieno. Mescolare la ricotta con poco zucchero e con qualche goccia di acqua di fiori di arancio. Tritare finemente i pistacchi e lasciarli da parte in una ciotola.

Gli atayef posso essere confezionati in diversi modi: posso essere farciti e poi chiusi a metà, formando un semicerchio, oppure possono essere prima chiusi da una sola estremità e poi farciti con la crema di ricotta e immersi nel trito di pistacchi (come nella foto).

 

I battiti del cuore

12307410_10206416725069459_1881044292643797573_o“I battiti cambiavano da persona a persona, svelandone la vecchiaia o la giovinezza, la gioia, il dolore, la paura o il coraggio, ma fra le razze e le nazionalità non c’erano differenze.” (L’arte di ascoltare i battiti del cuore, J.P. Sendker). Questo libro, che sto leggendo in questi giorni, tratta della storia romanzata del giovane Tin Win, un ragazzo birmano, che, a causa della sua cecità, affina il senso dell’udito che gli permette di distinguere suoni che i vedenti non riescono a percepire, suoni come il battito del cuore delle persone. Una storia surreale in alcuni passaggi, ma che mi ha portato a riflettere su quanto a volte il nostro metro di giudizio, la nostra percezione degli altri siano superficiali e influenzati da stereotipi o credenze infondate. Il cuore: l’organo centrale, fondamentale per la nostra vita. A volte, quando abbiamo paura, i suoi battiti accelerano, spesso talmente tanto che abbiamo l’impressione che possa scoppiare. Lo stesso accade quando siamo innamorati o quando proviamo un forte dolore. Il cuore è un organo che ci accomuna tutti. E se ne accorge anche Tin Win. Dai battiti che ascolta non riesce a percepire le differenze di razza, di religione, di nazionalità, il colore della pelle, ma solo le emozioni e le età delle persone. In questo periodo così difficile vorrei che qualcuno ci insegnasse ad ascoltare i battiti del cuore, vorrei chiudere gli occhi, vorrei che il mondo chiudesse gli occhi e che ascoltasse i cuori impauriti di Parigi così come quelli del Mali e dell’Egitto, i cuori spaventati della Turchia e quelli stanchi e ormai in fin di vita della Siria. Vorrei che il mondo ascoltasse i cuori freddi e inespressivi di chi ha compiuto e di chi continua a compiere atrocità in questi e in molti altri paesi unicamente per motivi politici. Sono convinta che se fossimo come Tin Win sapremmo riconoscere un cuore pio: un cuore calmo, tranquillo, che ha trovato la pace in Dio, come lo è quello di tanti musulmani o di tanti cristiani, ebrei, induisti, che seguono la propria strada di fede senza lasciarsi sopraffare da ciò che non ha niente a che vedere con questa. Gli occhi sono fondamentali, ma a volte ci ingannano. Quando mi trovo ad accompagnare gli utenti stranieri del progetto per cui lavoro e cammino con loro per strada o siamo seduti in macchina, sento decine di sguardi indagatori, decine di sguardi sospettosi, impauriti. Le persone si allontanano, si guardano alle spalle, sobbalzano al minimo rumore, controllano che non abbiano borse o zaini. Quanto vorrei non sentire quegli occhi puntati addosso, quanto vorrei urlare la mia indignazione, la mia rabbia, quanto vorrei che quello che sta succedendo non terrorizzi le persone più del dovuto e non le porti a giudicare con cattiveria chi ha il diritto di essere accolto e protetto. Quanto vorrei che non ci fossero muri sbarrati e frontiere chiuse, quanto vorrei che non si rispondesse alla violenza con altra violenza. Sono sogni di una che ha sempre lavorato per e con i migranti, che ha provato ad ascoltare i loro cuori prima ancora di guardarli in faccia. E che questa volta non ha voluto raccontare la storia di uno di loro, ma una storia che potrebbe essere quella di tutti noi.

Torino: il salone del libro 2016 sarà dedicato alla cultura araba

    Salone Internazionale del Libro di Torino

Gli eventi di Parigi hanno sconvolto tutti tracciando un solco tra il prima e il dopo attentato. La prossima edizione del Salone del Libro di Torino sarà per questo dedicata alla cultura araba. Alla base della decisione la necessità di trovare un dialogo, senza facili condanne o pregiudizi. A confermarlo le parole della presidente dell’associazione Giovanna Milella: “Il ruolo del Salone è da sempre quello di ponte verso la pace. Pur ammutoliti dinanzi alla tragedia e consapevoli di questa drammatica guerra non dichiarata, lavoriamo con sforzi moltiplicati per capire, prevenire e favorire il confronto fra le culture”. Il focus sulla cultura araba manifesta la volontà di creare un legame per cercare di capire la questione del momento. Gli organizzatori stanno già lavorando alla prossima edizione ed hanno contattato degli esperti in materia per favorire un dialogo costruttivo per il Salone del prossimo maggio. La passata edizione del 2015 era stata dedicata alla Germania. Il prossimo anno invece la scelta non ricadrà su un singolo Paese ma sul mondo arabo più in generale per non limitare le possibilità di approfondimento e conoscenza, date anche le esigenze storiche e pratiche del momento.

tratto da libreriamo.it

Rivoglio il mio futuro

12204293_10206272157055349_814881146_oRivoglio la mia vita! Sì, la rivoglio con tutte le mie forze e il mio cuore! Rivoglio la mia piccola e accogliente casa, il mio lavoro da imbianchino, che a volte c’era e a volte no, ma quando c’era mi permetteva di fare un sabato al cinema o una serata al ristorante come una persona normale. Ma ciò che rivoglio più di tutto è lei, la mia dolce principessa bianca e lentigginosa, lei che, svolazzante come una farfalla, riempiva le mie giornate di amore e calore. Rivoglio quella che ormai era diventata una mia seconda patria. Rivoglio la mia Francia e i suoi gentili abitanti, rivoglio la mia Parigi dall’odore di pane e di fiori, la mia luccicante città sulla Senna, che mi ha regalato tramonti di pace e albe sognanti. Qui finalmente avevo trovato la mia dimensione, non mi sentivo più un fuggitivo, uno che deve dimostrare sempre, ogni giorno, di essere un uomo, di avere coraggio e di sperare in un futuro migliore. Qui avevo trovato il mio futuro. E ora lo rivoglio indietro. Quel giorno non dovevo neanche prendere la metro, ma pioveva e non avevo voglia di camminare sotto la pioggia. Avevo un gran mal di testa e l’unica cosa che volevo era tornarmene in fretta a casa e mettermi sotto le coperte. Li ho visti da lontano: due poliziotti. Mi hanno fermato per controllare il biglietto. Poi mi hanno chiesto di vedere il documento. E poi, poi mi hanno portato via. Ho come un buco nero di quello che è successo in quei minuti, nelle ore che sono seguite, nei giorni successivi in cui mi sono trovato sbattuto in un treno, controllato a vista, come un appestato. Destinazione Italia. Ancona. No. Di nuovo qui. Qui dove sono arrivato mesi fa, forse una vita fa, qui dove ho chiesto asilo. Mi hanno spiegato chi sono ora: ho un nuovo nome, sono un “dublinante”. Esiste, infatti, una legge che non conoscevo, il regolamento Dublino, che non permette a una persona che chiede asilo in un paese di andare in un altro paese a costruirsi la sua vita. Sapevo che c’erano tante altre persone nella mia stessa condizione, ora so che stanno anche nascendo dei progetti per aiutare quelli che sono come me. Quelli a cui la vita è stata strappata per la seconda volta. Ero maliano, sono diventato parigino, ora sono un “dublinante”. Ma in realtà sono uno dei tanti e non sono nessuno. Non ho più nulla. Sono di nuovo povero, senza niente in tasca, in Italia a elemosinare un pezzo di pane o una briciola di amicizia. Non ho più un’identità, sono bloccato qui e vorrei fuggire come sono fuggito la prima volta, perché non si fugge solo perché si vede la gente morire, ma anche per dignità, perché non si vuole morire senza nulla, da soli, senza amore. Ogni giorno penso a lei, alla mia principessa, al suo sorriso e alla sua innocenza: mi aspetterà? Sa che un giorno tornerò da lei? Perché tornerò da lei. Non so quando, non so se otterrò i documenti, non so se avrò i soldi per prendere un aereo, un treno, un qualsiasi mezzo che mi riporti a ciò che avevo. Che mi riporti indietro alla mia serenità. Però ci devo provare, altrimenti qui muoio. Qui tornano tutti i miei fantasmi che mi oscurano le notti e non mi permettono di chiudere occhio. Qui non ci sono più le calde luci di Parigi a illuminarmi il cuore, ma solo freddo e paura. Devo di nuovo essere coraggioso e provare a reinventarmi un futuro che ora vedo solo come un miraggio, ma lo devo fare per me e per la mia principessa, per provare a darci un’ultima possibilità.

Indovina chi viene a pranzo

DSC06720In questi giorni è molto difficile trovare un punto di incontro sulla questione migrazione. Tutti i migranti sono diventati improvvisamente rifugiati, perché loro possono essere accolti, i migranti economici vanno rimandati nei loro paesi. Noi siamo noi, loro sono gli altri, i diversi, quelli che hanno tradizioni lontane dalle nostre e soprattutto religioni diverse. Ma chi l’ha detto che non è possibile incontrarsi e condividere le proprie storie, le proprie vite, anche solo per un giorno? Qualche tempo fa mi è capitato di sentire un parroco dire: “Ma da quando cristiani e musulmani si siedono alla stessa tavola?” Proprio di fronte alla sua chiesa, nel parco di uno stupendo ostello, la scorsa domenica, giorno molto importante per i cristiani, si sono riunite alla stessa tavola 630 persone musulmane, cristiane, atee, buddiste, agnostiche per festeggiare l’id al-adha, una delle due festività del calendario islamico, la festa del sacrificio. Ogni anno, mentre migliaia di persone si recano in pellegrinaggio a La Mecca, coloro che non possono farlo si incontrano per la preghiera comunitaria e poi, dopo aver sacrificato solitamente un agnello con metodo halal, si riuniscono alla stessa tavola consumandolo insieme a verdure e couscous o ad altre pietanze. Nella mia piccola città provinciale, grazie a una efficiente organizzazione, è stato possibile per me e tanti altri partecipare a questo momento importante. Fin dalla mattina, tante mani di diversi colori si sono impegnate nel rendere tutto perfetto: dalla cucina con i fumanti pentoloni da cui spuntavano i sorridenti visi di donne dai veli sgargianti, alle lunghe tavolate su cui come una catena sono stati messi piatti e bicchieri, bottiglie d’acqua e di aranciata. E poi i tappeti nel giardino squarciato da uno spicchio di sole e il muezzin che con una dolce voce musicale ha invitato i fedeli alla preghiera. Con mio figlio in braccio, ho assistito in silenzio a quel momento che univa tanti volti, tante vite diverse e segnate da gioie e dolori. Dopo la preghiera, è arrivato il momento di festeggiare e il re agnello con il principe couscous e le damigelle verdure sono arrivati in grandi piatti da cui ci siamo serviti aiutandoci l’uno con l’altro. I sorrisi, i gesti, gli abbracci, le semplici parole, un’armonia contagiosa che per un giorno mi ha permesso di migrare in luoghi che non conoscevo, in usanze che ho scoperto meravigliandomi e chiedendomi il perché non sia possibile far sì che tutto questo diventi la normalità. Domenica a quella tavola erano sedute persone, senza categorie, senza limiti invalicabili, senza frontiere e senza diversità. Persone che, anche con un italiano stentato, sono riuscite a capirsi perfettamente e ad aiutarsi per un unico scopo comune: riuscire a guardarsi con gli occhi degli altri senza averne paura. Dopo lo squisito pranzo, bocche sorridenti e sguardi complici si sono uniti per foto e ricordi che rimarranno indelebili e poi alla luce di un fresco tramonto settembrino le porte dell’ostello si sono chiuse e il parco è tornato a essere la casa di cinguettanti uccellini. Aver condiviso questa giornata con mio figlio e la mia famiglia è stato molto importante per me, ma spero davvero che sia il primo di una lunga serie, che sia una piccola luce in un cielo nuvoloso, un cielo che possa finalmente aprirsi e rivelare tutto ciò che ormai non è più altro da noi.

Un bambino dai capelli neri e la maglietta rossa

11990663_1707154162838393_6753303827297769423_nUn bambino dai capelli neri e la maglietta rossa. Un bambino dal volto nascosto nella sabbia, sdraiato a pancia in giù, con le piccole scarpette lambite dall’acqua salmastra. Sembra quasi che dorma. Ed è così che lo vorrei. Lo vorrei nel suo lettino stanotte, cullato dalle ninne nanne della sua mamma e circondato dai suoi giochi e da quelli della sorella. Invece, lui, senza protestare, è stato messo su una barca per fare un viaggio che avrebbe dovuto salvargli la vita, perché, si sa, in Siria si muore e non si può restare. Qualche suo amichetto è dovuto rimanere perché i genitori non sono riusciti a trovare il denaro per partire: c’è anche Muhammad, che ha solo un occhio, perché l’altro gli è stato portato via da una scheggia impazzita e Amin, che, invece, non può correre come tutti gli altri bambini. Ha una sola gamba e al massimo può saltellare. Il bambino con la maglietta rossa non ha più i suoi zii. Sono morti perché li ha uccisi una cosa chiamata guerra. Lui sa che tante persone non sono state fortunate come lui: tante persone della sua città non sono partite e chissà se faranno la fine dei suoi zii? Oppure rimarranno con un solo occhio come Muhammad? Lui sa di essere fortunato perché può correre, può vedere alla tv i suoi cartoni preferiti, può disegnare. E può parlare: non vede l’ora di raccontare il suo viaggio ai suoi amici, non vede l’ora di arrivare e dire loro quanto è stato coraggioso. Non vede l’ora di camminare tra case vere e non tra macerie e polvere, non vede l’ora di arrivare in un parco e giocare con la palla e respirare un’aria che non sa di bruciato. Si chiede perché nella sua cara Siria tutto questo non ci sia, chissà che cosa è successo. Si chiede perché gli altri paesi, quelli più ricchi, non facciano niente per fermare la guerra. La mamma gli ha raccontato che tempo fa, quando lui non era ancora nato, l’aria profumava di pane e dolci appena sfornati, per le strade si sentivano le risate dei bambini, si facevano feste e ci si incontrava per chiacchierare e bere una tazza di tè. Lui non ha mai conosciuto questa Siria e il suo sogno sarebbe riuscire a respirare quel profumo di pane e di  dolci. La sua mamma e il suo papà gli hanno detto che sarebbero andati in una bella città col cielo azzurro e gli alberi verdi, dove sarebbero stati felici. Lui ha tirato fuori tutto il suo coraggio, all’inizio aveva paura di quella barca, così piccola per tante persone, di quell’acqua, così nera nella notte senza stelle. Ma poi ha pensato che sarebbero stati felici. E così come loro anche le altre famiglie che erano lì, pronti ad affrontare il mare, gli altri bambini, le altre mamme e gli altri papà. Quando la barca si è capovolta, ha pensato che non sapeva nuotare, ma che neanche gli altri bambini sapevano nuotare. Forse sarebbe arrivata la fata del mare e li avrebbe salvati. Ora che lui, come tanti altri bambini, non ci sono più si torna a parlare di tragedia, di emergenza da risolvere, ora diciamo basta, ci scandalizziamo. Ma sono anni che in Siria c’è una guerra. Il diritto di quel bambino e di tutti quei bambini che ancora si trovano lì o di quelli che in questo momento stanno affrontando il mare è di dormire nel proprio lettino. E di fare bei sogni, costellati di principi e principesse che non imbracciano un mitra, ma che vivono in un bel castello in un bosco fatato.