Aiutiamoli a casa loro…

imagesE’ davvero tanto tempo che non scrivo un mio pensiero in questo blog, ma i mesi passano velocemente e io neanche me ne accorgo, presa dai mille impegni quotidiani e dal lavoro che amo. Oggi, però, sento l’esigenza di fare una riflessione. In questi giorni sono successi diversi episodi che ho vissuto in prima persona, di cui ho ascoltato i racconti, di cui ho letto articoli sconclusionati. Sono successi episodi che mi hanno toccato nel profondo perché coinvolgono persone che vedo ogni giorno, con cui cerco di instaurare una relazione, che cerco di conoscere più a fondo per migliorarmi e per crescere sia professionalmente che umanamente. Non posso giudicare, non riesco neanche a mettermi completamente nei loro panni perché ho la fortuna di non aver mai affrontato ciò che hanno dovuto sopportare, perché ho l’immensa fortuna di essere nata in Italia. Non posso però più sentire la frequente litania di questi giorni, mi ha stancato. “Aiutiamoli a casa loro”. Ma quale casa? Vorreste provare a passare anche un solo giorno vivendo in una baracca o per strada? Vorreste provare le intense emozioni di attraversare il deserto su un camion senza acqua né cibo costretti a vendere anche il vostro corpo pur di sopravvivere e arrivare in Libia? Oppure vi piacerebbe essere imprigionati subendo le più dolorose violenze e torture o che le infliggano ai vostri figli o alle vostre mogli davanti ai vostri occhi? E quando, per puro caso o fortuna, riuscite ad arrivare nell’Europa dei sogni, quella di cui avete tanto sentito parlare, quella che finalmente potrà aiutarvi a sanare le vostre ferite, scoprite che dovete far fronte a sguardi duri e parole cattive, a ” no, non ti posso affittare la mia casa, sei straniero e non hai neanche un lavoro”, a “ma di che lamenti? Prendi pure i soldi e non fai niente… ma non potevi andare in un altro paese o restare a casa tua?”… e lì che cominci a pensare di non farcela, sarà troppo difficile, ti tornano in mente i ricordi di quel viaggio che non sai come sei riuscito a sopportare, di quelle violenze che hai subito, di quel mare che ti ingoiava. Ed è proprio in quella Europa che sognavi che inizia il peggio. E’ proprio in quella Italietta che ti guarda di traverso che farai fatica a sentirti accolto. E allora cosa ti rimane? Nulla, solo disperazione, tanto dolore e nessuna speranza. Ti capisco perché cerco di aiutarti ogni giorno, ma so anche che c’è chi non riesce a vedere al di là dell’apparenza, al di là di uno sguardo assente o talvolta aggressivo, al di là di un muro compatto che nasconde una storia che nessuno vorrebbe ascoltare.

Questa è solo una riflessione, di una che fa un lavoro difficile, ma che ogni tanto cerca di farsi qualche domanda in più, aprendo gli occhi e le orecchie e gustandosi uno di quei rari sorrisi che aleggiano su quei volti distrutti.

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Ecco cosa ho scoperto in Svizzera…

DSC07689.JPGEccomi qui! Sono tornata! E stavolta sono tornata nel vero senso della parola. Finalmente, dopo un anno di lavoro, le ferie… un miraggio di cui avevo estremamente bisogno. Ebbene, quest’anno la mia meta è stata la Svizzera, un piccolo lembo di terra, ordinato, preciso, pulito e ricco di cose da scoprire. Città stupende, come Lucerna, meraviglie della natura, come le cascate del Reno, tradizionali paesi di montagna, come Gruyères, ottime specialità culinarie, dalla fondue al rosti. Ma sono qui a scrivervi perché, oltre a tutto ciò, ho scoperto di nuovo la bellezza di immergermi in un universo di lingue. Nel Ticino l’italiano, la madrelingua, poi su a nord e nella capitale Berna il tedesco (che mastico poco ma che sostituisco volentieri con l’inglese), per finire con il dolce francese nella zona di Ginevra e del suo splendido lago. Non dimentichiamo che in Svizzera si parla anche il romancio, in una zona che però visiterò un’altra volta, nel cantone dei Grigioni, quello famoso di Saint Moritz. Insomma, di nuovo mille e una lingua. Cambiare lingua nell’arco di qualche giorno mi ha fatto emozionare, mi ha coinvolto come solo le lingue sanno fare, con la loro musicalità, la loro eterogeneità e ciò che più mi ha colpito è che a ogni lingua si abbinava perfettamente un luogo, un sapore, un odore, il volto di una persona. Dal calore del Ticino e di Lugano, circondata da un lago orlato da palme, fino all’architettura a bovindi di Sciaffusa, al dolce sapore dei formaggi e delle crèpes della riviera. Ma quale riviera direte voi? E sì, il lungolago del Lac Léman (ovvero il lago di Ginevra) è la riviera francese in cui si susseguono vigneti a perdita d’occhio, in cui i bistrot fanno a gara con quelli parigini e la musica jazz risuona per le strade di Montreux, la città di Freddy (Mercury ovviamente, non Krueger). Ed è lungo la riviera, con il suo francese svizzero, che ho chiuso gli occhi, gustando un’ottima salade nicoise, e mi sono immaginata in un tipico ambiente della Francia del sud. La cadenza della lingua, la sua dolcezza, che amo in modo particolare, mi hanno fatto sognare… e avrò sempre un ricordo di questo paese legato alla sua molteplicità di aspetti, alle sue mille e una lingua che lo caratterizzano e differenziano dandogli un tocco di originalità che, nel mio immaginario di una Svizzera di banche e orologi a cucù, non avrei mai potuto pensare. Grazie Svizzera. Danke. Merci. Engraziel.

Giornata mondiale del Rifugiato: io sto con loro

Oggi, 20 giugno, è la giornata mondiale del Rifugiato. Oggi, dopo un po’ di tempo in cui sono stata assente, in cui ho lasciato il mio blog in sospeso per proseguire con la mia vita di tutti i giorni, ho deciso di scrivere due righe in omaggio a chi chiede asilo nel nostro o in altri paesi, a chi affronta il suo viaggio di speranza perché sa che se rimane morirà. A chi non ha più una patria perché gliel’hanno portata via. A chi ha visto morire suo figlio, perché gli hanno sparato per strada. A chi ce l’ha fatta. A chi invece è morto in mare mentre sognava una vita nuova. A tutti coloro che incontro ogni giorno nel mio meraviglioso lavoro: io ce la metto tutta, ma a volte è dura. Perché il dolore ci fa compagnia in ogni sguardo, in ogni parola, in ogni sussurro. Non serve una giornata del Rifugiato per ricordare gli ultimi, gli invisibili, coloro che invadono e ci tolgono il lavoro. Dovremmo ricordarcene sempre, perché è con loro che io ogni giorno mi accorgo della mia vita fortunata. Ogni giorno mi rendo conto di essere nata nel posto giusto: non ci sono guerre, non devo fuggire, posso vivere senza paura. Ma il cuore? Quello spesso manca, si nasconde dietro gli interessi di una civiltà egoista. Tiratelo fuori, tiriamolo fuori. Io sto con loro.

Come vorrei il 2016

images«Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Inizio così questo mio primo e ultimo articolo del 2016, con questa citazione di cui scriverò poi la fonte. E con una domanda: chi sono queste persone? Provate a indovinare. Una di loro potrebbe essere Jamila, che viene dalla Siria e che ha visto suo marito e suo figlio morire sotto le bombe oppure Samira, che ha solo tre anni ed è arrivata in Italia dalla Somalia aggrappata alla gonna di sua madre in un barcone semi distrutto. O Kamal, approdato dal Sud Sudan, dopo un viaggio lungo anni, che, nonostante gli aiuti offerti, vuole continuare a convivere con il suo dolore e i suoi ricordi. O Anush dall’Armenia, che con la sua famiglia prova a ricostruirsi una vita in Italia. Ma potrebbe essere anche Daoud, che dall’Afghanistan ha viaggiato sotto un camion per riuscire ad arrivare nella sua sognata Europa. Potrebbero essere tutte quelle storie che vi ho raccontato e tante altre che affronto quotidianamente e che mi fanno porre mille domande su vite distrutte o piegate dal dolore, su vite interrotte e su vite che sperano ancora in un futuro. E invece ecco qui come prosegue questo estratto: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione» (testo tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912). Ebbene sì, siamo noi, gli italiani, che, sbarcati a Ellis Island, negli Stati Uniti, veniamo considerati come delinquenti, pericolosi per la sicurezza del paese, siamo persone che puzzano e parliamo lingue incomprensibili. Facciamo molti figli e non abbiamo molta voglia di lavorare. Cosa vedete di diverso rispetto a quello che pensa la maggior parte di noi dei migranti che approdano sulle nostre coste e che ci “invadono” quotidianamente? In questo nuovo anno vorrei poter cambiare molte teste, vorrei che anche coloro che non si trovino di fronte alle mie storie facciano qualcosa per un’Italia più accogliente, un’Italia senza paura. Il mio sogno più grande è un 2016 senza guerre. So che ciò non è possibile, purtroppo, e allora lavoriamo insieme per far sì che il nostro sia un paese migliore, partendo dalle idee, dalle emozioni e dalla coscienza. Auguro a tutti voi un 2016 di cuore e sensibilità.

Rivoglio il mio futuro

12204293_10206272157055349_814881146_oRivoglio la mia vita! Sì, la rivoglio con tutte le mie forze e il mio cuore! Rivoglio la mia piccola e accogliente casa, il mio lavoro da imbianchino, che a volte c’era e a volte no, ma quando c’era mi permetteva di fare un sabato al cinema o una serata al ristorante come una persona normale. Ma ciò che rivoglio più di tutto è lei, la mia dolce principessa bianca e lentigginosa, lei che, svolazzante come una farfalla, riempiva le mie giornate di amore e calore. Rivoglio quella che ormai era diventata una mia seconda patria. Rivoglio la mia Francia e i suoi gentili abitanti, rivoglio la mia Parigi dall’odore di pane e di fiori, la mia luccicante città sulla Senna, che mi ha regalato tramonti di pace e albe sognanti. Qui finalmente avevo trovato la mia dimensione, non mi sentivo più un fuggitivo, uno che deve dimostrare sempre, ogni giorno, di essere un uomo, di avere coraggio e di sperare in un futuro migliore. Qui avevo trovato il mio futuro. E ora lo rivoglio indietro. Quel giorno non dovevo neanche prendere la metro, ma pioveva e non avevo voglia di camminare sotto la pioggia. Avevo un gran mal di testa e l’unica cosa che volevo era tornarmene in fretta a casa e mettermi sotto le coperte. Li ho visti da lontano: due poliziotti. Mi hanno fermato per controllare il biglietto. Poi mi hanno chiesto di vedere il documento. E poi, poi mi hanno portato via. Ho come un buco nero di quello che è successo in quei minuti, nelle ore che sono seguite, nei giorni successivi in cui mi sono trovato sbattuto in un treno, controllato a vista, come un appestato. Destinazione Italia. Ancona. No. Di nuovo qui. Qui dove sono arrivato mesi fa, forse una vita fa, qui dove ho chiesto asilo. Mi hanno spiegato chi sono ora: ho un nuovo nome, sono un “dublinante”. Esiste, infatti, una legge che non conoscevo, il regolamento Dublino, che non permette a una persona che chiede asilo in un paese di andare in un altro paese a costruirsi la sua vita. Sapevo che c’erano tante altre persone nella mia stessa condizione, ora so che stanno anche nascendo dei progetti per aiutare quelli che sono come me. Quelli a cui la vita è stata strappata per la seconda volta. Ero maliano, sono diventato parigino, ora sono un “dublinante”. Ma in realtà sono uno dei tanti e non sono nessuno. Non ho più nulla. Sono di nuovo povero, senza niente in tasca, in Italia a elemosinare un pezzo di pane o una briciola di amicizia. Non ho più un’identità, sono bloccato qui e vorrei fuggire come sono fuggito la prima volta, perché non si fugge solo perché si vede la gente morire, ma anche per dignità, perché non si vuole morire senza nulla, da soli, senza amore. Ogni giorno penso a lei, alla mia principessa, al suo sorriso e alla sua innocenza: mi aspetterà? Sa che un giorno tornerò da lei? Perché tornerò da lei. Non so quando, non so se otterrò i documenti, non so se avrò i soldi per prendere un aereo, un treno, un qualsiasi mezzo che mi riporti a ciò che avevo. Che mi riporti indietro alla mia serenità. Però ci devo provare, altrimenti qui muoio. Qui tornano tutti i miei fantasmi che mi oscurano le notti e non mi permettono di chiudere occhio. Qui non ci sono più le calde luci di Parigi a illuminarmi il cuore, ma solo freddo e paura. Devo di nuovo essere coraggioso e provare a reinventarmi un futuro che ora vedo solo come un miraggio, ma lo devo fare per me e per la mia principessa, per provare a darci un’ultima possibilità.

Un bambino dai capelli neri e la maglietta rossa

11990663_1707154162838393_6753303827297769423_nUn bambino dai capelli neri e la maglietta rossa. Un bambino dal volto nascosto nella sabbia, sdraiato a pancia in giù, con le piccole scarpette lambite dall’acqua salmastra. Sembra quasi che dorma. Ed è così che lo vorrei. Lo vorrei nel suo lettino stanotte, cullato dalle ninne nanne della sua mamma e circondato dai suoi giochi e da quelli della sorella. Invece, lui, senza protestare, è stato messo su una barca per fare un viaggio che avrebbe dovuto salvargli la vita, perché, si sa, in Siria si muore e non si può restare. Qualche suo amichetto è dovuto rimanere perché i genitori non sono riusciti a trovare il denaro per partire: c’è anche Muhammad, che ha solo un occhio, perché l’altro gli è stato portato via da una scheggia impazzita e Amin, che, invece, non può correre come tutti gli altri bambini. Ha una sola gamba e al massimo può saltellare. Il bambino con la maglietta rossa non ha più i suoi zii. Sono morti perché li ha uccisi una cosa chiamata guerra. Lui sa che tante persone non sono state fortunate come lui: tante persone della sua città non sono partite e chissà se faranno la fine dei suoi zii? Oppure rimarranno con un solo occhio come Muhammad? Lui sa di essere fortunato perché può correre, può vedere alla tv i suoi cartoni preferiti, può disegnare. E può parlare: non vede l’ora di raccontare il suo viaggio ai suoi amici, non vede l’ora di arrivare e dire loro quanto è stato coraggioso. Non vede l’ora di camminare tra case vere e non tra macerie e polvere, non vede l’ora di arrivare in un parco e giocare con la palla e respirare un’aria che non sa di bruciato. Si chiede perché nella sua cara Siria tutto questo non ci sia, chissà che cosa è successo. Si chiede perché gli altri paesi, quelli più ricchi, non facciano niente per fermare la guerra. La mamma gli ha raccontato che tempo fa, quando lui non era ancora nato, l’aria profumava di pane e dolci appena sfornati, per le strade si sentivano le risate dei bambini, si facevano feste e ci si incontrava per chiacchierare e bere una tazza di tè. Lui non ha mai conosciuto questa Siria e il suo sogno sarebbe riuscire a respirare quel profumo di pane e di  dolci. La sua mamma e il suo papà gli hanno detto che sarebbero andati in una bella città col cielo azzurro e gli alberi verdi, dove sarebbero stati felici. Lui ha tirato fuori tutto il suo coraggio, all’inizio aveva paura di quella barca, così piccola per tante persone, di quell’acqua, così nera nella notte senza stelle. Ma poi ha pensato che sarebbero stati felici. E così come loro anche le altre famiglie che erano lì, pronti ad affrontare il mare, gli altri bambini, le altre mamme e gli altri papà. Quando la barca si è capovolta, ha pensato che non sapeva nuotare, ma che neanche gli altri bambini sapevano nuotare. Forse sarebbe arrivata la fata del mare e li avrebbe salvati. Ora che lui, come tanti altri bambini, non ci sono più si torna a parlare di tragedia, di emergenza da risolvere, ora diciamo basta, ci scandalizziamo. Ma sono anni che in Siria c’è una guerra. Il diritto di quel bambino e di tutti quei bambini che ancora si trovano lì o di quelli che in questo momento stanno affrontando il mare è di dormire nel proprio lettino. E di fare bei sogni, costellati di principi e principesse che non imbracciano un mitra, ma che vivono in un bel castello in un bosco fatato.

Immigrazione: quanto conviene agli italiani?

imagesPoco tempo fa una persona cara mi ha mandato un articolo molto interessante di Luigi Crimella sull’immigrazione e su quanto essa convenga o meno agli italiani. Un articolo con delle cifre, dei dati certi e non con delle dicerie o supposizioni. Un articolo in cui non appare la famosa cifra dei fittizi 35 euro al giorno, che a volte diventano 45 o altre addirittura 75, i quali vengono generosamente offerti agli immigrati sfaticati che invadono il nostro paese. Invasione. Siamo allo stremo, non ne possiamo più, ci rubano un lavoro che non c’è. Crimella ci informa che i migranti nel mondo sono oltre 200 milioni e nel nostro paese ce ne sono appena 5-6 milioni: di questi gran parte, aggiungo io, è in movimento perché preferisce andare in Germania o in nord Europa dove le condizioni di vita sono migliori. Ma l’Italia, come la Grecia, sono terre di passaggio e c’è chi arriva perché fugge da guerre e persecuzioni e chi semplicemente è in cerca di un lavoro. Voi non ve ne andate all’estero a cercare lavoro? Molti migranti si adattano a lavori umili o in cui vengono estremamente sfruttati e pagati pochissimo, perché, piuttosto che non mandare a casa nulla ed essere sbeffeggiati in madrepatria, è meglio raccogliere i pomodori sotto il sole delle due di pomeriggio. Voi lo fareste? Io no. E c’è chi pensa che tutti i migranti lavorino “in nero” e che non paghino le tasse. Crimella ci offre dei dati della fondazione Moressa che ha calcolato un totale di 16,5 miliardi di euro che entrano nelle casse dello Stato da parte degli immigrati. A fronte di quanto lo Stato spende per i migranti, tra spese sanitarie, scolastiche, sociali, abitative, giudiziarie ed economiche, che è un totale di 12,6 miliardi di euro, c’è un disavanzo che resta a suo favore di 3,9 miliardi. E poi vogliamo parlare di quanti giovani migranti ci sono in Italia? Il 15% del totale e sono molto importanti, perché contribuiscono ad alzare il tasso demografico, che altrimenti vedrebbe il nostro amato paese scomparire. Nonostante questo, lo scopo di molti politicanti è quello di chiudere le frontiere, di rimandarli a casa loro, perché noi non abbiamo gli strumenti per “mantenerli”. Non ci accorgiamo che sono i migranti che stanno salvando la nostra economia, non ci accorgiamo che sono loro che stanno pagando le pensioni ai nostri anziani (per le pensioni, infatti, versano 7,5 miliardi di euro e ne ricevono 600 milioni), ma, al contrario, pensiamo a costruire muri, come si sta progettando tra Ungheria e Serbia oppure come è accaduto a Ventimiglia, in cui la gendarmeria francese ha ostruito il passaggio a tantissime persone accampate sugli scogli senza un minimo di supporto, senza dignità. E se lì ci fossero i vostri figli? Vi comportereste allo stesso modo? I migranti sono “delinquenti”, noi no. I migranti  rubano, spacciano, uccidono. Noi no. I migranti parlano a voce alta, sono volgari, maleducati, puzzano. Noi no. Purtroppo la percezione degli italiani è questa. Spesso perché montata dalla stampa, dal clamore di alcune notizie che vengono “gonfiate” appositamente da giornalisti schierati politicamente o comunque poco professionali. O semplicemente molto spesso la nostra percezione è quella che nasce dalla nostra ignoranza, dalla non conoscenza dell’altro, del diverso e quindi dal timore che ne deriva. A volte è difficile abbattere dei pregiudizi che sono insiti in noi e che vengono meno solo nel momento in cui conosciamo una persona, ci mangiamo insieme, ci discutiamo e alla fine ci instauriamo un’amicizia. Ma senza questi passaggi obbligatori non siamo capaci di non giudicare. Rendiamocene conto e per una buona volta non alziamo le nostre barriere di difesa, perché non c’è niente, ma proprio niente di cui aver paura.

Cervello in fuga

imagesVivo a Banbury, una piccola cittadina non troppo lontana, ma neanche troppo vicina a Birmingham in UK. Ormai sono tre anni che sopporto il freddo che ti entra nelle ossa e l’umidità delle pioggerelline estive. Mi manca l’aria frizzante della mia costa, il profumo invitante di pesce e i dolci tramonti da cartolina. Sono uno “straniero”, un “migrante”, che ha fatto una dura scelta di sopravvivenza, ha deciso di lasciare il suo rassicurante mondo di affetti per buttarsi in un’avventura che gli ha cambiato la vita. Lavorare in Italia? Avrei potuto, ma come tanti che scelgono di seguire i propri sogni, le proprie speranze, ho deciso di essere uno di quei “cervelli in fuga” che cercano altrove un futuro. E così sono partito, un po’ alla cieca, senza troppi programmi, con l’idea di rimanere qualche mese e di girare un po’ in un paese che conoscevo a malapena se non per le classiche gite a Londra e dintorni. Ho lasciato a casa la mia fidanzata promettendole che sarei tornato, anche se forse sapevo che non lo avrei fatto. Le prime settimane: fantastiche. Ho viaggiato, mi sono divertito, ho conosciuto persone che come me erano migrate da diverse parti d’Europa, alcuni studiavano, altri facevano lavoretti. Poi il down: ho iniziato a sentire l’incalzare del tempo e soprattutto la mancanza di soldi. Dovevo cercare qualcosa da fare. E così, dal lavapiatti al cameriere, dal facchino al giardiniere, mentre continuavo a chiedermi: cosa ci faccio qui? Devo tornare indietro, ho sbagliato tutto. Ripensavo a tutti coloro con cui ero cresciuto, non solo alla mia famiglia, ma anche ai miei carissimi amici e tutti mi mancavano da togliere il fiato. Volevo tornare anche solo per un weekend, ma poi … sarei ripartito o sarei rimasto a guardare da triste spettatore la mia sconfitta? Non avevo scelta. Dovevo andare avanti per quella strada che io avevo intrapreso, nessuno mi aveva costretto, nessuna guerra, nessuna calamità naturale, ma solo la voglia di migliorare e migliorarmi. E così mi sono rimboccato le maniche. Ho scelto questa piccola cittadina verde in cui ero passato per caso nei miei vagabondaggi per ricominciare (o meglio cominciare). Ho cercato un piccolo appartamento e ho iniziato a spulciare tra le case editrici del paese quelle che avrebbero potuto darmi una possibilità. E’ stata una lunga ricerca, non è così scontato pensare che fuori dall’Italia si trovi lavoro schioccando le dita. Alla fine, eccola. E’ arrivata la luce, la mia chance. Uno stage, ovvio. Non potevo pensare di essere assunto senza aver prima dimostrato cosa sapessi fare. E in quello stage ho dato tutto me stesso. Lavoravo giorno e notte per un misero rimborso, traduzioni, revisioni, traduzioni, revisioni. La mia vita sociale inesistente, i miei rapporti con l’Italia ridotti al minimo. Beh, che dire. I miei sforzi sono stati ricompensati. Sono stato assunto e oggi lavoro come traduttore a tempo pieno in un ambiente fresco e dinamico. Certo, la vita è cara, ma fortunatamente i pub chiudono alle 23 e non ci sono altri locali in cui spendere soldi! E poi forse anch’io sono cambiato. Questa esperienza di vita mi sta facendo crescere giorno dopo giorno. Non dico che sia facile, perché non lo è, ma ora posso dire di sentirmi anche un po’ inglese, perché a volte penso in inglese, sogno in inglese, ho iniziato ad amare la chicken pie che inizialmente detestavo. Ora ho un piccolo gruppo di amici che non mi fanno sentire solo, c’è anche qualche italiano, perché ho scoperto di non essere l’unico pazzo finito in questo piccolo lembo di terra lontano dal resto del mondo. E ora, quando mi capita di guardare in tv qualche servizio sulla migrazione, mi indigno nei confronti di chi non accetta chi è diverso da sé, perché è come se mi calpestassero e uccidessero quello che sono diventato. E mi indigno nei confronti di chi non vuole permettere a chi insegue i propri sogni di avere un’altra possibilità. Quella che io ho avuto e che tanti altri, con un po’ di fortuna, hanno il diritto di avere.

Un sogno chiamato Italia

sbarchi-2Un sogno chiamato Italia. Sì, questo era per me riuscire ad approdare in un paese di cui sentivo le lodi da chi era arrivato. Un paese ospitale, dove la vita costa poco, dove ci sono lavori che ti permettono di mandare soldi alla famiglia. Dovevo partire. Dovevo rischiare. Sono partito dal Niger dove facevo il contadino e ho pensato: se lo faccio qui, posso farlo anche in Italia e guadagnare di più. Conoscevo i pericoli che mi aspettavano. Non sono uno stupido, anche se non sono andato a scuola. Sapevo che dovevo pagare, e tanto, per il mio lungo viaggio e non avevo la certezza che avrei potuto abbracciare quella terra agognata. Il mio cammino è durato moltissimo. Dopo aver attraversato il muro desertico ed essere sopravvissuto, mi sono fermato per un periodo in Libia. Con degli amici abbiamo fatto qualche lavoro, poi alcuni di loro sono partiti, io mi sono fermato ancora, forse un paio d’anni. Non stavo male, ma il viaggio era solo a metà. Dovevo proseguire. A un certo punto sono stato costretto: la situazione in Libia si è fatta più complicata, ho iniziato a vedere uomini armati, ho sentito spari echeggiare nell’aria, non capivo bene cosa stesse accadendo, ma ho avuto paura. Non potevo morire prima di affrontare LUI. Lui, quel mare che si stagliava davanti a me, quel mare che inghiottisce ogni giorno vite umane, quel mare che è ormai diventato un mare di cadaveri. Perché sono partito di nuovo? Perché avevo ancora dentro di me il sogno italiano. Perché volevo provare a vivere, piuttosto che andare incontro a un destino segnato. Ho preso accordi con un uomo a cui ho dato tutti i miei risparmi duramente guadagnati in quegli anni. Mi hanno messo dentro una barca, insieme ad altre 80, forse 90 persone. Non so quanti eravamo, so solo che inizialmente non riuscivo a vedere neanche l’acqua. Solo tante teste. Grandi e piccole. Sì, c’erano anche dei bambini nella mia barca. Non ci hanno dato nulla da mangiare né da bere. Il viaggio è durato 4 giorni. Inizialmente pensavo che ce l’avrei fatta. Sono giovane, mi ero detto. Sono forte. Mi sono seduto sul fondo della barca, non ho sprecato neanche un alito di fiato, muto, ho cercato di raccogliere tutto il coraggio che avevo. Il secondo giorno c’erano già delle persone che stavano male, avevano sete sotto il sole cocente, io ho iniziato a bere la mia urina. Nella notte tra il terzo e il quarto giorno sono arrivate le nuvole e il mare era molto mosso. Io non so nuotare. La barca ondeggiava paurosamente, una donna si è aggrappata a me, ha iniziato ad urlare, i bambini piangevano, alcuni uomini pregavano Allah, la mia tenacia e la mia forza erano tutto ciò che avevo. C’era un forte odore di benzina, non si vedeva nulla, tranne il mare, nero, tutto intorno a noi, che ci mostrava la sua furia, la sua crudeltà. A un certo punto la barca ha sobbalzato, alcuni hanno rischiato di cadere in mare, tante urla, pianti. Chissà forse qualcuno è caduto. Acqua. Tanta acqua. Grida strozzate. Aiuto. Allah aiutami. Aiutaci. Quando abbiamo visto la grande nave italiana dei soccorsi, stentavamo a crederci. Lampedusa! L’Italia! Non riuscivo neanche ad alzarmi, mi hanno aiutato, mi hanno visitato, mi hanno dato da bere e da mangiare. Mi sono guardato intorno, eravamo circa la metà di quelli che erano partiti. Dove sono gli altri? In ospedale? Ho scoperto solo in seguito che il mare li aveva portati via con sé. Io sono stato fortunato. Erano morti anche due bambini. Due vite innocenti sommerse per sempre dall’indifferenza del mondo.

Sono tre anni che vivo in Italia. Ho imparato la lingua italiana, lavoro in un’azienda agricola e riesco ad arrivare, anche se con difficoltà, alla fine del mese. Quando guardo in tv ciò che ancora accade nel mare, capisco di essere un miracolato. Io ho realizzato il mio sogno italiano. Per molti, per centinaia, migliaia di persone, il sogno si è spezzato. Il sogno è diventato il loro peggior incubo.

In memoria di tutti coloro che hanno perso la vita nelle stragi del mar Mediterraneo

E noi due insieme, nell’abbraccio di Dio

imagesStasera finalmente la sento. Posso parlare con la mia ragione di vita. Ha una voce così lontana, ma così limpida e trasparente. So che anche lei mi ama come io amo lei più di tutto. Anche più di Dio. Aspetto il momento di ascoltare la sua voce come un miracolo, un evento che mi rende felice per intere giornate, fino a quando ho la fortuna di risentirla ancora. Mana, è questo il suo dolce nome, ha i capelli di un nero corvino, ricci e ribelli, che le accarezzano le spalle e le incorniciano il volto luminoso e quei suoi grandi occhi scuri che hanno visto molto di più di quello che avrebbero dovuto vedere. E’ magra, forse troppo, ma è bella. Di una bellezza sconvolgente. Mi manca non poterla abbracciare, non poterla baciare, stringerla a me e farle sentire tutto il mio amore. Mi manca non poter parlare con lei quanto vorrei e riuscire a rubare solo quei dieci, forse cinque minuti una sera ogni mille, finché dura la corrente in Costa D’Avorio e finché durano i miei pochi spiccioli per pagare la connessione internet. Odio non riuscire ad avere un po’ di intimità con lei, odio condividerla con gli altri avventori dell’internet point, perché lei è solo mia. Sono geloso, geloso come un pazzo. Forse è la lontananza, io in Italia, lei laggiù, nella nostra amata terra, ma una terra così fragile, pericolosa, instabile. Ho paura per lei, so che lì ci sono troppi pericoli, so che ogni giorno potrei perderla e soffro in silenzio, prego Dio di salvarla, piango, a volte mi dispero nella mia solitudine. Sto cercando di portarla qui con me, di fare il ricongiungimento, ma è così difficile. Sono un semplice uomo, con un permesso di soggiorno come rifugiato, che non ha un lavoro, ha un coinquilino maliano che lo aiuta con le spese, sta studiando per diventare una persona migliore, ma che non ha un futuro. Quando penso al domani, mi vedo con lei, ma ciò che ci circonda è sfumato, come circondato da una fitta nebbia che stenta a diradarsi. E noi due insieme, nell’abbraccio di Dio. Lui è il mio conforto, il mio rifugio, se non avessi Lui non so come andrei avanti.

Sono passate due settimane e ho saputo che Mana è malata. Sì, ora lei, la mia gioia, è malata. Sto cercando di mandarle dei soldi, tramite il mio migliore amico che l’ha portata in ospedale, ma ne ho così pochi che non bastano neanche per un paio di medicine. Non so che malattia ha, non so se sia grave, vorrei poterla vedere, vorrei assicurarmi che guarisca, ma non posso fare niente di tutto ciò. Devo solo aspettare. Aspettare nel mio dolore. Aspettare nel dolore di un padre che non sa se potrà mai riabbracciare sua figlia. Sono migrato in Italia per salvarmi la vita e per costruirmene una nuova, ma sarebbe tutto inutile se lei, di appena quattro anni, morisse e mi lasciasse solo e disperato. Sua madre, la mia ex moglie, l’ha abbandonata al suo destino e ora ha un’altra famiglia. Lei ha solo me e io solo lei. Oggi ho iniziato uno stage in un’importante azienda, una speranza in più per noi due. Se mi assumeranno forse potrò guadagnare quei soldi che mi occorrono per lei, per farla stare bene e poi per portarla da me. Una volta che saremo insieme tutto questo dolore che mi attanaglia lo stomaco sparirà e allora potrò dire davvero che il mio duro e infinito viaggio mi ha regalato una nuova vita.