Ecco cosa ho scoperto in Svizzera…

DSC07689.JPGEccomi qui! Sono tornata! E stavolta sono tornata nel vero senso della parola. Finalmente, dopo un anno di lavoro, le ferie… un miraggio di cui avevo estremamente bisogno. Ebbene, quest’anno la mia meta è stata la Svizzera, un piccolo lembo di terra, ordinato, preciso, pulito e ricco di cose da scoprire. Città stupende, come Lucerna, meraviglie della natura, come le cascate del Reno, tradizionali paesi di montagna, come Gruyères, ottime specialità culinarie, dalla fondue al rosti. Ma sono qui a scrivervi perché, oltre a tutto ciò, ho scoperto di nuovo la bellezza di immergermi in un universo di lingue. Nel Ticino l’italiano, la madrelingua, poi su a nord e nella capitale Berna il tedesco (che mastico poco ma che sostituisco volentieri con l’inglese), per finire con il dolce francese nella zona di Ginevra e del suo splendido lago. Non dimentichiamo che in Svizzera si parla anche il romancio, in una zona che però visiterò un’altra volta, nel cantone dei Grigioni, quello famoso di Saint Moritz. Insomma, di nuovo mille e una lingua. Cambiare lingua nell’arco di qualche giorno mi ha fatto emozionare, mi ha coinvolto come solo le lingue sanno fare, con la loro musicalità, la loro eterogeneità e ciò che più mi ha colpito è che a ogni lingua si abbinava perfettamente un luogo, un sapore, un odore, il volto di una persona. Dal calore del Ticino e di Lugano, circondata da un lago orlato da palme, fino all’architettura a bovindi di Sciaffusa, al dolce sapore dei formaggi e delle crèpes della riviera. Ma quale riviera direte voi? E sì, il lungolago del Lac Léman (ovvero il lago di Ginevra) è la riviera francese in cui si susseguono vigneti a perdita d’occhio, in cui i bistrot fanno a gara con quelli parigini e la musica jazz risuona per le strade di Montreux, la città di Freddy (Mercury ovviamente, non Krueger). Ed è lungo la riviera, con il suo francese svizzero, che ho chiuso gli occhi, gustando un’ottima salade nicoise, e mi sono immaginata in un tipico ambiente della Francia del sud. La cadenza della lingua, la sua dolcezza, che amo in modo particolare, mi hanno fatto sognare… e avrò sempre un ricordo di questo paese legato alla sua molteplicità di aspetti, alle sue mille e una lingua che lo caratterizzano e differenziano dandogli un tocco di originalità che, nel mio immaginario di una Svizzera di banche e orologi a cucù, non avrei mai potuto pensare. Grazie Svizzera. Danke. Merci. Engraziel.

Giornata mondiale del Rifugiato: io sto con loro

Oggi, 20 giugno, è la giornata mondiale del Rifugiato. Oggi, dopo un po’ di tempo in cui sono stata assente, in cui ho lasciato il mio blog in sospeso per proseguire con la mia vita di tutti i giorni, ho deciso di scrivere due righe in omaggio a chi chiede asilo nel nostro o in altri paesi, a chi affronta il suo viaggio di speranza perché sa che se rimane morirà. A chi non ha più una patria perché gliel’hanno portata via. A chi ha visto morire suo figlio, perché gli hanno sparato per strada. A chi ce l’ha fatta. A chi invece è morto in mare mentre sognava una vita nuova. A tutti coloro che incontro ogni giorno nel mio meraviglioso lavoro: io ce la metto tutta, ma a volte è dura. Perché il dolore ci fa compagnia in ogni sguardo, in ogni parola, in ogni sussurro. Non serve una giornata del Rifugiato per ricordare gli ultimi, gli invisibili, coloro che invadono e ci tolgono il lavoro. Dovremmo ricordarcene sempre, perché è con loro che io ogni giorno mi accorgo della mia vita fortunata. Ogni giorno mi rendo conto di essere nata nel posto giusto: non ci sono guerre, non devo fuggire, posso vivere senza paura. Ma il cuore? Quello spesso manca, si nasconde dietro gli interessi di una civiltà egoista. Tiratelo fuori, tiriamolo fuori. Io sto con loro.

Mediterraneo in Traduzione: I edizione a Messina – 11/16 luglio 2016

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Mediterraneo in Traduzione è una scuola estiva di traduzione dalle lingue del Mediterraneo. Per la I edizione le lingue scelte sono francese, arabo, ebraico e turco. Altre lingue seguiranno nelle prossime edizioni: greco, serbo, sloveno, albanese e spagnolo.

I laboratori di traduzione sono rivolti a chi – già in possesso di un’ottima conoscenza delle lingue di lavoro – voglia conoscere o approfondire questioni e implicazioni legate al passaggio (culturale, linguistico, grammaticale) di queste lingue in italiano.

I laboratori affronteranno un tema comune declinato in testi proposti dalle workshop leader Elisabetta Bartuli per l’arabo, Yasmina Melaouah per il francese maghrebino,Alessandra Shomroni per l’ebraico e Şemsa Gezgin per il turco. Le traduzioni eseguite dagli studenti con la supervisione delle workshop leader saranno alla fine riunite in una pubblicazione a cura della casa editrice Mesogea.

Il lavoro sui testi sarà integrato da due seminari dedicati ad argomenti spesso trascurati nella formazione dei traduttori, ma essenziali per il loro bagaglio culturale e professionale: un seminario sulla revisione tenuto da Giovanna Scocchera; e un seminario di grammatica (italiana) per traduttori tenuto da Mariarosa Bricchi.

Il testo oggetto del laboratorio sarà inviato una ventina di giorni prima dell’inizio della Scuola e i partecipanti non dovranno tradurlo individualmente, ma leggerlo in maniera molto approfondita e condurre le eventuali ricerche lessicali o documentali che permettano la massima comprensione possibile del testo. In sede di laboratorio poi si imposterà e si farà la traduzione sotto la guida della workshop leader. I laboratori di traduzione saranno integrati da docenti “itineranti” per consigli sulla redazione, revisione, lettura finale ecc.

Comitato scientifico: Stefano Arduini, Elisabetta Bartuli, Mariarosa Bricchi, Yasmina Melaouah, Caterina Pastura, Giuliana Schiavi.

Promotori: Fondazione Universitaria San Pellegrino, SSML di VicenzaMesogea.

Informazioni

Iscrizione: i laboratori di traduzione prevedono un minimo di 4 e un massimo di 15 partecipanti per ciascuna lingua.  La richiesta di partecipazione viene fatta inviando una email all’indirizzo mit@fusp.it specificando la lingua e allegando il proprio CV entro il 31 maggio 2016. L’accettazione della partecipazione verrà confermata entro il 7 giugno 2016.

Quota di partecipazione: il costo del seminario di traduzione è fissato in €450 e comprende oltre all’intero programma della Summer School, tutti i pranzi, i coffee break, la cena del venerdì sera e il servizio navetta o trasporto dagli alloggi alla sede di lavoro.

Alloggio: quanto prima sarà reso disponibile un elenco di alberghi e B&B convenzionati con Mediterraneo in Traduzione.

Per ulteriori delucidazioni scrivere a mit@fusp.it oppure telefonare al +39 0444 545475 dal martedì al sabato, dalle 9 alle 17 (orario continuato).

Per informazioni approfondite consultate Mediterraneo in Traduzione.

tratto da traduzione-editoria.fusp.it

Il premio Babel-Booksinitaly: ecco come partecipare

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Grazie alla nuova collaborazione con il Laboratorio Formentini per l’editoria e Booksinitaly, dal 2016 il Premio Babel per la traduzione diventa il Premio Babel-Booksinitaly e guadagna una nuova sezione: al premio per un giovane traduttore letterario italiano meritevole di attenzione, si aggiunge il premio per un traduttore letterario straniero a coronamento di una carriera dedicata alla traduzione di autori italiani.

Il premio sarà assegnato un anno al giovane traduttore italiano e un anno al traduttore straniero. L’edizione 2016 del premio sarà dedicata al giovane traduttore letterario italiano.

Il premio per il giovane traduttore ha una dotazione di 3.000 €. Il premiato beneficerà anche di una residenza di una settimana presso la Casa dei traduttori di Looren (Svizzera), partner del premio fin dal suo concepimento.

Le opere, pubblicate tra il luglio 2015 e il giugno 2016, dovranno pervenire in pdf (testo tradotto e testo originale) al seguente indirizzo e-mail: babel.booksinitaly@laboratorioformentini.it entro e non oltre il 30 giugno 2016, corredate dal cv del traduttore. Una copia cartacea deve essere spedita alla Segreteria del Premio al seguente indirizzo: Via Formentini 10, 20121 Milano, tel. 02 49517840, mail alberto.marchioretto@laboratorioformentini.it.

In data 15 ottobre 2016 verranno resi pubblici i nomi dei finalisti. I vincitori parteciperanno alla cerimonia di premiazione, che avrà luogo durante l’edizione 2016 di BookCity Milano (17- 20 Novembre 2016).

La giuria del premio è composta da quattro traduttrici di chiara fama, che da diversi anni svolgono anche un intenso e prezioso lavoro di formazione per i giovani, sia come insegnanti in corsi universitari e master di II livello sia come curatrici di libri: Ilide Carmignani, Franca Cavagnoli (Presidente), Yasmina Melaouah e Ada Vigliani.

Per il regolamento http://babelfestival.com/premi/ 

Dall’Iraq e dall’Egitto due ricette da leccarsi i baffi

Le frittelle di patate

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Ecco una ricetta molto semplice che i cristiani iracheni preparano durante il periodo della Quaresima come antipasto o contorno.

Ingredienti:

  • 5-6 patate medie
  • 1 mazzetto di erba cipollina
  • 1 uovo
  • 25g di pan grattato
  • 30g di farina
  • spezie: aglio in polvere; curcuma; pepe nero; cumino
  • sale
  • olio per frittura

Preparazione:

Cuocerle in acqua bollente per circa 20 minuti, dopo di che scolarle e immergerle in acqua fredda.

Una volta stiepidite, pelare le patate e schiacciarle servendosi di una forchetta o tritarle con un mixer.

Trasferire le patate in un’insalatiera e aggiungere il pan grattato, la farina, un pizzico di ciascuna spezia, l’uovo, l’erba cipollina e un pizzico di sale. Mescolare il tutto a mano fino ad ottenere un impasto abbastanza omogeneo.

Con le mani leggermente unte, lavorare l’impasto e formare delle palline della grandezza di un uovo, poi schiacciarle per formare dei dischi spessi 1-2cm.

In una padella capiente, far scaldare l’olio per frittura. Friggere le frittelle di patate fino a quando non risultino dorate da entrambe i lati (circa 3 minuti per lato). In alternativa, le frittelle possono essere cotte in forno preriscaldato a 180° per circa 15 minuti, avendo cura di girarle a metà cottura.

Servire le frittelle di patate leggermente tiepide accompagnate da sottaceti.

I falafel di fave (ta’miya)

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Questa è invece un’alternativa ai classici falafel di ceci che viene preparata dai copti egiziani sempre durante il periodo della Quaresima.

Ingredienti:

  • 500g di fave secche
  • 1 cipolla
  • 4 spicchi d’aglio
  • 2/3 rametti di coriandolo fresco
  • 2/3 rametti di prezzemolo fresco
  • 2/3 rametti di aneto fresco o un cucchiaio di aneto secco
  • 1 cucchiaio di cumino in polvere
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • sale e pepe
  • semi di sesamo
  • olio per frittura
  • tahina
  • pane pita

Preparazione:

Mettere in ammollo le fave per almeno sei ore. Una volta ammorbidite, pelarle e sciacquarle.

Servendosi di un robot da cucina, tritare insieme le fave, la cipolla, l’aglio, tutte le spezie e il bicarbonato, fino ad ottenere una purea omogenea e compatta. Se dovesse risultare troppo lenta, aggiungere un po’ di farina.

Lavorare l’impasto a mano e formare delle polpettine. Passare ogni ta’miya nei semi di sesamo oppure in poca farina.

Friggere le ta’miya in olio caldo finché non risultino dorate su entrambi i lati.

Le ta’miya sono ottime da gustare ancora calde, accompagnate da un po’ di hummus oppure usate come farcia per un pane pita con verdure fresche e sottaceti.

tratto da arabpress.eu

Come diventare traduttore letterario?

downloadDa febbraio 2016 riapre lo Sportello di orientamento alla professione di traduttore letterario presso la Casa delle Traduzioni di Roma a cura di Marina Rullo(Biblit.it).
Gli incontri avranno luogo il mercoledì, dalle ore 11.00 alle 13.00, in via degli Avignonesi 32, secondo il seguente calendario:
3 febbraio, 2 marzo, 6 aprile, 4 maggio.
Lo sportello ha lo scopo di offrire a studenti di traduzione e aspiranti traduttori una panoramica sugli aspetti principali della professione di traduttore letterario. Punto di riferimento regolare fornisce, per quanto possibile, una consulenza personalizzata in base alle esigenze specifiche di ciascun richiedente.

Argomenti su cui potrà essere fornita la consulenza:
• Formazione di base: corsi e master, come orientarsi nella scelta formativa
• Primo contatto con le case editrici
• Il curriculum
• La proposta editoriale
• La prova di traduzione
• I rapporti con l’editore
• Il contratto (cenni sulla normativa)
• La cartella editoriale
• Le tariffe
• Le norme redazionali
• La revisione

A cura di Marina Rullo, traduttrice letteraria e fondatrice del network per traduttori editoriali Biblit (www.biblit.it).

Per accedere alle attività dello sportello è necessario iscriversi via mail all’indirizzo:

casadelletraduzioni@bibliotechediroma.it
La partecipazione è riservata ai possessori di Bibliocard che possono farla in sede giungendo 15 minuti prima dell’appuntamento.

Per contattare la Casa delle Traduzioni: 06-45430235/06-45460720

tratto da bibliotu.it

Come vorrei il 2016

images«Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Inizio così questo mio primo e ultimo articolo del 2016, con questa citazione di cui scriverò poi la fonte. E con una domanda: chi sono queste persone? Provate a indovinare. Una di loro potrebbe essere Jamila, che viene dalla Siria e che ha visto suo marito e suo figlio morire sotto le bombe oppure Samira, che ha solo tre anni ed è arrivata in Italia dalla Somalia aggrappata alla gonna di sua madre in un barcone semi distrutto. O Kamal, approdato dal Sud Sudan, dopo un viaggio lungo anni, che, nonostante gli aiuti offerti, vuole continuare a convivere con il suo dolore e i suoi ricordi. O Anush dall’Armenia, che con la sua famiglia prova a ricostruirsi una vita in Italia. Ma potrebbe essere anche Daoud, che dall’Afghanistan ha viaggiato sotto un camion per riuscire ad arrivare nella sua sognata Europa. Potrebbero essere tutte quelle storie che vi ho raccontato e tante altre che affronto quotidianamente e che mi fanno porre mille domande su vite distrutte o piegate dal dolore, su vite interrotte e su vite che sperano ancora in un futuro. E invece ecco qui come prosegue questo estratto: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione» (testo tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912). Ebbene sì, siamo noi, gli italiani, che, sbarcati a Ellis Island, negli Stati Uniti, veniamo considerati come delinquenti, pericolosi per la sicurezza del paese, siamo persone che puzzano e parliamo lingue incomprensibili. Facciamo molti figli e non abbiamo molta voglia di lavorare. Cosa vedete di diverso rispetto a quello che pensa la maggior parte di noi dei migranti che approdano sulle nostre coste e che ci “invadono” quotidianamente? In questo nuovo anno vorrei poter cambiare molte teste, vorrei che anche coloro che non si trovino di fronte alle mie storie facciano qualcosa per un’Italia più accogliente, un’Italia senza paura. Il mio sogno più grande è un 2016 senza guerre. So che ciò non è possibile, purtroppo, e allora lavoriamo insieme per far sì che il nostro sia un paese migliore, partendo dalle idee, dalle emozioni e dalla coscienza. Auguro a tutti voi un 2016 di cuore e sensibilità.

Pandoro? Panettone? Ma no, provate gli atayef!

E’ da un po’ che non scrivo nulla che riguardi la cucina e, visto che sta arrivando il Natale e che tutti noi, chi di meno e chi di più, saremo davanti ai fornelli, vi consiglio un’alternativa ai classici panettone e pandoro, per un tocco originale che non guasta mai.

Originario della Palestina, è un dolce assai diffuso in diversi altri Paesi arabi – quali Marocco, Egitto, Siria e Libano – e preparato soprattutto nel mese di Ramadan, ma anche in occasione delle feste natalizie: ecco gli atayef (o qatayef), pancake ripieni di ricotta e pistacchi!

Qui sotto trovate la ricetta, tratta da arabpress.eu. Buon Natale e buon appetito!😉

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Ingredienti:

Per la pasta:

  • 300g di farina
  • 50g di semolino
  • 750ml d’acqua tiepida
  • 125ml di latte tiepido
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1 cucchiaino di lievito secco da pane
  • un pizzico di bicarbonato
  • un pizzico di sale

Per il ripieno:

  • ricotta
  • zucchero
  • acqua di fiori d’arancio
  • pistacchi

Preparazione:

Unire tutti gli ingredienti secchi e poi aggiungere il latte e l’acqua. Mescolare per bene fino ad ottenere una pastella liscia e omogenea. Lasciare da parte e far riposare circa 30 minuti.

Dopo di che, far scaldare una padella antiaderente e ungerla con poco olio e procedere alla cottura dei pancake: servendovi di un cucchiaio, versate il composto sulla padella calda, formando dei piccoli dischi. Far cuocere solo da un lato per qualche minuto.

Una volta cotti i pancake, lasciarli raffreddare e preparare il ripieno. Mescolare la ricotta con poco zucchero e con qualche goccia di acqua di fiori di arancio. Tritare finemente i pistacchi e lasciarli da parte in una ciotola.

Gli atayef posso essere confezionati in diversi modi: posso essere farciti e poi chiusi a metà, formando un semicerchio, oppure possono essere prima chiusi da una sola estremità e poi farciti con la crema di ricotta e immersi nel trito di pistacchi (come nella foto).

 

I battiti del cuore

12307410_10206416725069459_1881044292643797573_o“I battiti cambiavano da persona a persona, svelandone la vecchiaia o la giovinezza, la gioia, il dolore, la paura o il coraggio, ma fra le razze e le nazionalità non c’erano differenze.” (L’arte di ascoltare i battiti del cuore, J.P. Sendker). Questo libro, che sto leggendo in questi giorni, tratta della storia romanzata del giovane Tin Win, un ragazzo birmano, che, a causa della sua cecità, affina il senso dell’udito che gli permette di distinguere suoni che i vedenti non riescono a percepire, suoni come il battito del cuore delle persone. Una storia surreale in alcuni passaggi, ma che mi ha portato a riflettere su quanto a volte il nostro metro di giudizio, la nostra percezione degli altri siano superficiali e influenzati da stereotipi o credenze infondate. Il cuore: l’organo centrale, fondamentale per la nostra vita. A volte, quando abbiamo paura, i suoi battiti accelerano, spesso talmente tanto che abbiamo l’impressione che possa scoppiare. Lo stesso accade quando siamo innamorati o quando proviamo un forte dolore. Il cuore è un organo che ci accomuna tutti. E se ne accorge anche Tin Win. Dai battiti che ascolta non riesce a percepire le differenze di razza, di religione, di nazionalità, il colore della pelle, ma solo le emozioni e le età delle persone. In questo periodo così difficile vorrei che qualcuno ci insegnasse ad ascoltare i battiti del cuore, vorrei chiudere gli occhi, vorrei che il mondo chiudesse gli occhi e che ascoltasse i cuori impauriti di Parigi così come quelli del Mali e dell’Egitto, i cuori spaventati della Turchia e quelli stanchi e ormai in fin di vita della Siria. Vorrei che il mondo ascoltasse i cuori freddi e inespressivi di chi ha compiuto e di chi continua a compiere atrocità in questi e in molti altri paesi unicamente per motivi politici. Sono convinta che se fossimo come Tin Win sapremmo riconoscere un cuore pio: un cuore calmo, tranquillo, che ha trovato la pace in Dio, come lo è quello di tanti musulmani o di tanti cristiani, ebrei, induisti, che seguono la propria strada di fede senza lasciarsi sopraffare da ciò che non ha niente a che vedere con questa. Gli occhi sono fondamentali, ma a volte ci ingannano. Quando mi trovo ad accompagnare gli utenti stranieri del progetto per cui lavoro e cammino con loro per strada o siamo seduti in macchina, sento decine di sguardi indagatori, decine di sguardi sospettosi, impauriti. Le persone si allontanano, si guardano alle spalle, sobbalzano al minimo rumore, controllano che non abbiano borse o zaini. Quanto vorrei non sentire quegli occhi puntati addosso, quanto vorrei urlare la mia indignazione, la mia rabbia, quanto vorrei che quello che sta succedendo non terrorizzi le persone più del dovuto e non le porti a giudicare con cattiveria chi ha il diritto di essere accolto e protetto. Quanto vorrei che non ci fossero muri sbarrati e frontiere chiuse, quanto vorrei che non si rispondesse alla violenza con altra violenza. Sono sogni di una che ha sempre lavorato per e con i migranti, che ha provato ad ascoltare i loro cuori prima ancora di guardarli in faccia. E che questa volta non ha voluto raccontare la storia di uno di loro, ma una storia che potrebbe essere quella di tutti noi.