Rivoglio il mio futuro

12204293_10206272157055349_814881146_oRivoglio la mia vita! Sì, la rivoglio con tutte le mie forze e il mio cuore! Rivoglio la mia piccola e accogliente casa, il mio lavoro da imbianchino, che a volte c’era e a volte no, ma quando c’era mi permetteva di fare un sabato al cinema o una serata al ristorante come una persona normale. Ma ciò che rivoglio più di tutto è lei, la mia dolce principessa bianca e lentigginosa, lei che, svolazzante come una farfalla, riempiva le mie giornate di amore e calore. Rivoglio quella che ormai era diventata una mia seconda patria. Rivoglio la mia Francia e i suoi gentili abitanti, rivoglio la mia Parigi dall’odore di pane e di fiori, la mia luccicante città sulla Senna, che mi ha regalato tramonti di pace e albe sognanti. Qui finalmente avevo trovato la mia dimensione, non mi sentivo più un fuggitivo, uno che deve dimostrare sempre, ogni giorno, di essere un uomo, di avere coraggio e di sperare in un futuro migliore. Qui avevo trovato il mio futuro. E ora lo rivoglio indietro. Quel giorno non dovevo neanche prendere la metro, ma pioveva e non avevo voglia di camminare sotto la pioggia. Avevo un gran mal di testa e l’unica cosa che volevo era tornarmene in fretta a casa e mettermi sotto le coperte. Li ho visti da lontano: due poliziotti. Mi hanno fermato per controllare il biglietto. Poi mi hanno chiesto di vedere il documento. E poi, poi mi hanno portato via. Ho come un buco nero di quello che è successo in quei minuti, nelle ore che sono seguite, nei giorni successivi in cui mi sono trovato sbattuto in un treno, controllato a vista, come un appestato. Destinazione Italia. Ancona. No. Di nuovo qui. Qui dove sono arrivato mesi fa, forse una vita fa, qui dove ho chiesto asilo. Mi hanno spiegato chi sono ora: ho un nuovo nome, sono un “dublinante”. Esiste, infatti, una legge che non conoscevo, il regolamento Dublino, che non permette a una persona che chiede asilo in un paese di andare in un altro paese a costruirsi la sua vita. Sapevo che c’erano tante altre persone nella mia stessa condizione, ora so che stanno anche nascendo dei progetti per aiutare quelli che sono come me. Quelli a cui la vita è stata strappata per la seconda volta. Ero maliano, sono diventato parigino, ora sono un “dublinante”. Ma in realtà sono uno dei tanti e non sono nessuno. Non ho più nulla. Sono di nuovo povero, senza niente in tasca, in Italia a elemosinare un pezzo di pane o una briciola di amicizia. Non ho più un’identità, sono bloccato qui e vorrei fuggire come sono fuggito la prima volta, perché non si fugge solo perché si vede la gente morire, ma anche per dignità, perché non si vuole morire senza nulla, da soli, senza amore. Ogni giorno penso a lei, alla mia principessa, al suo sorriso e alla sua innocenza: mi aspetterà? Sa che un giorno tornerò da lei? Perché tornerò da lei. Non so quando, non so se otterrò i documenti, non so se avrò i soldi per prendere un aereo, un treno, un qualsiasi mezzo che mi riporti a ciò che avevo. Che mi riporti indietro alla mia serenità. Però ci devo provare, altrimenti qui muoio. Qui tornano tutti i miei fantasmi che mi oscurano le notti e non mi permettono di chiudere occhio. Qui non ci sono più le calde luci di Parigi a illuminarmi il cuore, ma solo freddo e paura. Devo di nuovo essere coraggioso e provare a reinventarmi un futuro che ora vedo solo come un miraggio, ma lo devo fare per me e per la mia principessa, per provare a darci un’ultima possibilità.

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