Oggi ho deciso di pubblicare una lettera. Una lettera che mi arriva come un colpo dritto al cuore, una lettera che è stata scritta a una mia amica e collega e che mi ha aiutato a capire che cosa sta succedendo in un paese che è stato purtroppo dimenticato. Si tratta della lettera di Peter, un agricoltore e formatore, che vive in Sierra Leone. La sua terra è ormai devastata: le persone muoiono ogni giorno, la situazione è gravissima, gli ospedali non riescono più a ricevere persone, non c’è personale sanitario a sufficienza né equipaggiamento per limitare il contagio, inoltre non si trova più cibo, molte delle Ong internazionali hanno lascito il Paese. Ad oggi possiamo fare ben poco per aiutarli se non sensibilizzare la comunità e fare qualche donazione. Da qualche giorno Medici Senza Frontiere ha avviato la raccolta fondi tramite sms allo 45507, quindi potete contribuire in questo modo per cercare di arginare il contagio (www.medicisenzafrontiere.it/ebola). Vi consiglio inoltre di leggere un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Internazionale “Tutto quello che non stiamo facendo contro l’ebola”. In sintesi si afferma che L’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe guidare la lotta contro l’ebola in Africa. Ma i tagli di bilancio degli ultimi anni hanno compromesso la sua capacità d’intervenire. Per questo nessuno ha preso misure efficaci contro la diffusione del virus.
Facciamo qualcosa noi, qualcosa di concreto e reale, parliamone, raccogliamo fondi, sensibilizziamo chi non conosce questo enorme problema e condividiamo tutte le informazioni con qualsiasi strumento! Qui di seguito trovate la lettera di Peter.
Dear Mari Angela,
L oneness for me and others has becomes our
life’s most painful experiences, but its especially difficult when we
are going through a trying situation of hope, were all is not lost in
the name of God, I’m writing to you as part of this family been
trapped in absolute danger of life around this dreadful disease of
Ebola, As you are aware, Sierra Leone has been facing this challenge
for the past four months. Many of us are concerned about our lives and
welfare, especially witnessing the death and discouraging burials of
some of our community members,
My sister,We are really facing difficult life, based on
the rising trend of other basic commodities, medical needs ,fear of
other related illness and cost of treatment, which has created fear
among restricted people in fear of contracting this disease outside
our home,
Above all, essential requirements for life
sustainability have added a further weight to our suffering standards
for which we now hope on the saving and helping hand of kind friends
in Italy through the intervention of God.
As a friend and sister kindly use the following
information to help, NAME- ( PETER SANIEH KARGBO ) PLACE TO SEND MONEY
-( MONEY GRAM ) INDICATE CODE NUMBER THROUGH TEX OR THROUGH E’MAIL,INDICATE FULL NAME OF SENDER. My greetings and thanks to all family and friends in Italy,pray for us .
yours sincerely Peter s. kargbo
Sabir è la lingua franca con cui, dal Medioevo fino a tutto l’Ottocento, nei porti e sulle imbarcazioni del Mediterraneo, comunicavano mercanti e pescatori, commercianti e marinai provenienti da vari paesi. Lingua meticcia che ne accoglie molte altre come l’arabo, l’occitano, il greco, il catalano, il turco, il siciliano, il genovese, il veneziano, Sabir non corrisponde a una popolazione precisa, non designa né un territorio né un confine, ma esprime l’esigenza primaria di sapere e di comunicare.
Il tema scelto per la dodicesima edizione del Festival della Letteratura Mediterranea, L’IDENTITA’, è l’occasione per raccontare le storie individuali, e al contempo universali, di uomini e donne impegnati nella ricerca della propria identità. Un lavoro di tessitura e rimodellamento delle proprie esperienze, del proprio Io, della propria personalità; un susseguirsi di lotte e traguardi, errori e scelte, successi e ripensamenti; un perenne rinnovamento, una continua indagine.
– Ancona, stazione di Ancona – gracchia la voce metallica dall’altoparlante. Io scruto il tabellone velocemente, è tardi, devo muovermi. Intercity da Bari, binario 3. Ok, faccio per precipitarmi giù dalle scale, ma loro sono già lì. Si guardano intorno, spaesati, con il viso muto e guardingo. Hanno una marea di valigie, non so come faremo per trascinarle fino al loro alloggio. Mi avvicino, mi presento, provo a comunicare, ma la nostra conversazione si riduce a qualche parola in italiano, qualcuna in un inglese stentato e molti, troppi silenzi. Mi sento scrutata, letteralmente squadrata da capo a piedi. Mi sento colpevole perché dobbiamo andare a piedi e loro sono già stanchissimi. Provo a parlare con i due ragazzi, di 11 e 16 anni, ma a loro interessa sapere solo se c’è la tv, se possono vedere canali armeni, se possono fare sport. La mamma mi guarda con occhi tristi e il papà cammina spedito a passo di marcia. Non sarà facile, mi dico. Poi corro in ufficio per fare qualche ricerca. Voglio documentarmi sul loro paese e capire meglio la loro storia. Leggo che la famiglia Malakian viene da Yerevan, dalla poco conosciuta Armenia, terra, da quanto ne sappia, in cui non sono in corso conflitti civili. E allora perché hanno richiesto asilo in Italia? Scartabello un po’ i documenti che ho e scopro che lui, il capofamiglia dagli occhi di ghiaccio, era il boss del corpo di polizia e sua moglie gestiva una cooperativa abbastanza conosciuta. Condizioni agiate, grande casa con giardino e vista sull’Ararat, autista personale, scuole private per i figli, possedimenti e beni di grande valore. E allora? Che cosa è successo? Mi cadono gli occhi su un articolo di giornale scritto in inglese. Si parla di “casa bruciata”, “gravi ustioni del figlio maggiore”, “persecuzioni continue”. Vado a leggere qualcos’altro sull’Armenia e scopro che c’è una potente mafia locale che ha a che fare con traffici illeciti di droga, armi e riciclaggio di denaro sporco. Forse il signor Malakian ha scoperto qualcosa che lo ha inevitabilmente condannato. Passano giorni, mesi e per me la famiglia armena resta ancora un mistero. Cerco di fare il mio dovere, li aiuto con l’apprendimento della lingua italiana, vado a casa loro per studiare con i ragazzi, mi offro di aiutarli per vari problemi domestici. Sono gentili, ma assenti. Finché un giorno mi trattengo un po’ di più, scopro anch’io le mie carte, racconto un po’ di me e la signora Anush mi chiede se voglio aiutarla a cucinare un dolce. E’ un’ottima cuoca e tra farina, miele e mandorle, finalmente riesce a sfogarsi. Lasciare la sua vita, le sue comodità, i suoi vestiti, i gioielli fino ad arrivare in Italia, prendere i vestiti alla Caritas, accumularne tanti per credere di essere di nuovo ricca, viaggiare in un treno sporco e poi entrare in un appartamento piccolo, spoglio e iniziare a cucinare, giorno e notte, per non pensare. Per non ricordare quelle fiamme che la circondavano e che hanno portato via mezza spalla del figlio, per non ricordare il viso pestato di suo marito e il terrore negli occhi del figlio minore quando hanno provato ad uccidere anche lei. Costretti alla fuga perché il signor Malakian è stato preso di mira, una persona integerrima e onesta che non riavrà più tutto quello che aveva faticosamente costruito, a partire dalla sua carriera. Dopo quel dolce solo nostro e dopo tanti altri dolci, a distanza di un anno, ho risentito telefonicamente Anush. Ora vivono a Brescia e suo marito lavora come operaio. I figli stanno bene, si sono integrati, hanno molti amici. E lei? Lei sopravvive. Certe volte cucina ancora, altre volte ricorda la sua Armenia con un dolore meno acuto, ripensa alla sua vecchia vita con nostalgia, ma allo stesso tempo sa che era necessario fare quello che ha fatto per la sua famiglia. Guarda le vetrine e sospira amaramente. Non può acquistare nulla, ma al suo ultimo compleanno suo marito le ha regalato una rosa. Questo per lei è già tanto.

The International Criminal Court in The Hague is offering a two-year appointment with the possibility of extension (six months probationary period) for a Translator/Reviser (English).
Si tiene il 20 settembre 2014 al Palazzo dei Congressi di Pisa la seconda edizione della Giornata del Traduttore. L’evento è rivolto ai traduttori tecnici ed editoriali e agli operatori economici, per confrontarsi sulle nuove prospettive della professione in un mondo che cambia.
Visto che il clima non ci concede un po’ di sole e caldo, vi propongo un piatto dal sapore mediorientale per colorare la nostra tavola e rallegrare così i nostri animi!