Je suis Charlie: cosa ne pensa un’arabista

Oggi non si può che condannare ciò che è accaduto a Parigi. Io condanno la violenza di un gruppo sparuto di attentatori nei confronti della libertà di pensiero e di parola, nei confronti della satira, dell’ironia, della possibilità di esprimere e di esprimersi. Io sono vicina ai familiari delle vittime della redazione di Charlie Hebdo e partecipo al loro dolore. Io non tollero che al grido di “Allahu akbar” si possa legittimare un attentato in nome di una religione come l’Islam che predica pace e tolleranza tra i popoli da secoli. Anche io oggi sono Charlie e mi indigno per ciò che è successo. Ma quando, girovagando nel web, leggo frasi come questa mi indigno ancora di più:

Se il MASSACRO di Parigi fosse confermato di matrice ISLAMICA, sarebbe chiaro che il nemico ormai ce l’abbiamo IN CASA.
Bloccare l’INVASIONE clandestina in corso, subito.
Verificare chi, come e perché finanzia MOSCHEE e centri islamici.
Chi non rispetta la Vita e la Libertà, non merita niente.
Un pensiero per le povere vittime, disgusto per i politici incapaci.

Eccolo qui. L’estremismo italiano. Ecco come si può generalizzare un’azione di poche persone facenti parte di una cellula terroristica nata e cresciuta in Europa, parlante un perfetto francese. Ecco come un gruppo di persone diventa la totalità che bisogna eliminare dalla faccia della Terra. Ecco come si diffonde la paura, si alzano barriere, si moltiplica il razzismo. Io è di questo che ho terrore. Io è questo ciò che condanno. Continuiamo a esprimere le nostre idee, continuiamo a parlare, a farci sentire, non facciamoci mai chiudere la bocca dalla violenza degli atti e soprattutto da quella delle parole. Non diffondiamo pregiudizi e odio nei confronti delle altre religioni, perché così ci mettiamo alla pari di chi oggi ha premuto il grilletto, perché così diventiamo anche noi integralisti. Io oggi sono Charlie in nome della libertà.

Fumetti antirazzisti: il progetto Comix4Equality

helver_my-first-rommate_1Il nuovo anno è iniziato e io voglio parlarvi, nel primo post di questo 2015, di un progetto molto interessante in cui mi sono imbattuta per caso girovagando nel web.

Il progetto si fonda sulla necessità di promuovere lo sviluppo di una società europea basata sul rispetto dei diritti fondamentali, la lotta al razzismo, alla xenofobia e altre forme d’intolleranza. Questo bisogno è ancora più rilevante se si tiene conto del nuovo contesto dell’Europa allargata e del ruolo chiave dell’Europa come approdo preferenziale dei flussi migratori. Il miglior modo per ottenere questo obiettivo è promuovere la comprensione reciproca e il dialogo.

Il progetto ComiX4= Comics for Equality vuole sviluppare e accrescere il dibattito e la discussione per combattere il razzismo, la xenofobia e la discriminazione in Europa, in particolare in Italia, Bulgaria, Estonia, Romania e Lettonia. Il progetto vuole coinvolgere migranti e seconde generazioni di migranti – spesso soggetti di discriminazioni – nella creazione di prodotti artistici – cioè fumetti – al fine di combattere razzismo e xenofobia.

Le principali attività sono il premio ComiX4= Comics for Equality Award (un concorso per premiare i migliori fumetti inediti di artista migrante); il website interattivo www.comix4equality.eu; un catalogo di 80 pagine con i migliori fumetti arrivati attraverso il premio; un “Comics Handbook”, una guida all’uso per laboratori creativi sul fumetto; una mostra itinerante delle tavole;  e laboratori creativi sul fumetto da svolgersi in vari Paesi europei.

Il progetto è diretto da Africa e Mediterraneo in collaborazione coi partner NGO Mondo (Estonia), Workshop for Civic Initiatives Foundation (Bulgaria), ARCA (Romania) e Grafiskie stasti (Lettonia). ComiX4= Comics for Equality è finanziato dall’Unione Europea – Programma Diritti Fondamentali e Cittadinanza – novembre 2012.

tratto da comix4equality.eu

Per un 2015 di mille e una lingua!

Anche io, come molti altri, mi ritrovo qui a tirare le somme di quello che, almeno personalmente, è stato un anno a dir poco meraviglioso. Per tutto il resto, per tutto quello che mi circonda, per il mondo che regalerò a mio figlio, beh, per quello c’è ancora molto da lavorare. Mi ritrovo infatti a pensare a tutte le storie che vi ho raccontato, dietro a quelle storie ci sono persone vere che ho incontrato nel mio cammino e che mi hanno lasciato un ricordo, un’emozione, una lacrima, a volte anche un sorriso. A volte quelle persone si sono ritrovate con i loro diritti calpestati, con la dignità sotto ai piedi, si sono ritrovate a vagare per strada e a subire insulti razzisti. Alcuni hanno protetto con la loro immensa forza e con qualsiasi mezzo i propri figli, perché questo è il paese che hanno scelto per un futuro di pace e salvezza. Altri non ce l’hanno fatta e hanno preferito cercare un luogo più accogliente, un luogo in cui è bello passeggiare per strada senza sentirsi osservati, in cui è possibile arrivare dignitosamente a fine mese o comunque riuscire a mangiare, almeno una volta al giorno, un pasto caldo. Altri ancora si sono affidati nelle mani di quel loro Dio, che sa accogliere più di una persona in carne e ossa e che può proteggerli per l’eternità. Non penso solo a coloro che cercano un rifugio nel nostro paese, perché fuggono da guerre e calamità naturali, o a coloro che vogliono semplicemente un futuro migliore, penso anche agli stessi italiani, imbavagliati, recriminati, sull’orlo del baratro, a volte costretti alla fuga in cerca di felicità, a volte costretti a cercare nella morte un’assenza di dolore. Chissà se tutti quegli italiani che se ne sono andati in un altro paese sono stati benvoluti o, al contrario, sono stati maltrattati, disprezzati, trattati come relitti umani? Non mi va più neanche di usare la parola migranti, il termine migrazione, talvolta abusato, non mi va di suddividere, categorizzare. Siamo già troppo suddivisi: il migrante, l’italiano, il ricco, il povero, il gay, l’eterosessuale, il ne(g)ro, il bianco, il giallo … e il verde? Chissà se esiste, da qualche parte nello spazio. Stiamo sempre lì, a specificare, a classificare, lui viene da lì, lui ha un sacco di soldi, lui si vuole sposare con quello, lei con quell’altra. Lui chiede l’elemosina al supermercato, ma chissà quanto ci prende in giro. Ma quel “lui” non potrebbe invece voler aiutare la sua famiglia che vive di stenti e che è convinta che si trovi nell’Europa dei sogni? Quell’Europa, quell’Italia, purtroppo non esiste, ma l’augurio che posso fare a ognuno di voi, senza distinzioni né classificazioni, è che dobbiamo ancora crederci. Credere  che un mondo nuovo sia possibile e lottare per costruirlo. Credere che mille e una lingua possano davvero convivere pacificamente tra loro, senza alcun tipo di sopruso, senza alcuna discriminazione. Guardare chi abbiamo vicino senza giudicarlo, ma mettendoci nei suoi panni, provare a capire, riflettere prima di parlare e gridare ai quattro venti sentenze senza senso. E, tornando ai figli, questo lo dobbiamo a loro, perché quando noi li lasceremo andare dovranno essere convinti di vivere in un mondo che, almeno in parte, possa stupirli in meglio e possa dar loro un briciolo di serenità.

Buon 2015

Un camion per la libertà

Italia! Ce l’ho fatta, sono arrivato! E’ questo ciò che ho pensato quando mi hanno tirato fuori, fortunatamente vivo, dalla pancia del camion sulla quale avevo viaggiato per giorni. Accanto a me altri quattro hazara, nessuno è riuscito a vedere il sole italiano. Sono afghano, mi chiamo Daoud e vengo da Mazar-i-Sharif. Non so di preciso quanti anni ho, forse 18 o 19, è tanto tempo che viaggio. Ho passato un paio di anni in Iran e poi, dopo la Turchia ed essere finalmente approdato in Grecia, sapevo già che mi aspettava il mio camion. Funziona così per noi hazara. Non abbiamo documenti, non abbiamo soldi, ma siamo costretti a lasciare il nostro paese per non morire. Ho conosciuto altri afghani che, come me, hanno tentato la sorte. Mi sono sistemato nella pancia stretta, puzzolente, calda, troppo calda, del bestione che mi avrebbe portato verso la salvezza. In terra o in cielo. Non ho mangiato per giorni, avevo male dappertutto, le mie ossa scricchiolavano a ogni piccola buca. A un certo punto non riuscivo più a ragionare con lucidità, non sapevo neanche dove fossi, sapevo solo che dovevo restare lì, nascosto nella mia sofferenza. Potevo solo pregare. Pregavo Allah per me, ma soprattutto per mia madre e le mie sorelle rimaste in Iran. Chissà forse un giorno avrei potuto riabbracciarle. Mio padre e mio fratello sono stati uccisi in Afghanistan, ormai sono io il capofamiglia. Questo ciò che mi ripetevo. Dovevo provare a vivere per salvare la parte che restava della mia famiglia. Quasi privo di forze, tentavo di ricordare la mia dolce infanzia e quegli aquiloni colorati che facevamo volare, su nel cielo azzurro, nella felicità di un abbraccio, di un sorriso della mamma, di una tenera occhiata del papà. Poi credo di essere svenuto, perché non so cosa sia successo, mi sono svegliato, ma intorno a me era buio, non vedevo nulla, mi sembrava di essere su una nave, ma non ne ero sicuro, forse erano solo mie allucinazioni. E poi sono svenuto ancora. E ancora ho riaperto gli occhi, ma ormai non riuscivo più a percepire nulla, la mia mente era vuota. Non ero più Daoud, ero un corpo in fin di vita. E poi alcune mani, tante mani, tutte bianche. Mi hanno preso e mi hanno strattonato per cercare di liberarmi dal mostro che mi teneva ancorato a sé. Un mostro che, paradossalmente, mi aveva salvato la vita. Ho scoperto poi di essere arrivato al porto di Ancona. L’Italia. La terra che tanto avevo sognato, la terra che mi avrebbe ridato la libertà. Sono stato portato in ospedale, dove sono rimasto 17 giorni. Avevo due costole rotte, una grossa ferita al volto, ustioni di secondo grado alle braccia e alle gambe e non ricordo che altro, ma ero vivo. Da quei primi giorni in questo paese sono passati due anni: due anni in cui ho potuto imparare una lingua per me incomprensibile, due anni in cui ho potuto curarmi, due anni in cui ho potuto imparare a cucinare la pizza, due anni in cui ho ottenuto l’asilo. Ora sono un rifugiato e finalmente sono libero. Ho pochi soldi, il lavoro scarseggia, sto pensando di tentare la fortuna in Germania o in Svezia, chissà. Di notte non dormo, ho ancora gli incubi. Rivedo ancora quel mostro nero, che mi ha piegato, ma non mi ha spezzato. In fondo, mi è stato amico: grazie a lui ora sono tornato a essere Daoud, quel bambino che, ormai diventato grande, spera un giorno di far volare un aquilone, felice e spensierato, insieme alla sua famiglia.

Babbel: il nuovo fenomeno dell’e-learning

Il tedesco per lavoro, lo spagnolo per le vacanze, l’inglese per comunicare dovunque senza problemi. Nell’era dell’Unione europea e del mondo iperconnesso le lingue straniere sono diventate strumenti di comunicazione indispensabili per non essere tagliati fuori.
Studiare, dunque, è essenziale: ma se il modo migliore per farlo è il caro vecchio soggiorno all’estero, i corsi in classi fisiche stanno rapidamente perdendo il loro appeal a favore di sistemi web-based o, ancora meglio, app-based.
SOCIETÀ FONDATA IN GERMANIA. Basta scaricarle sul proprio cellulare per accedere a lezioni interattive, vocabolari e unità tematiche studiate ad hoc. Il successo è dato dal numero di applicazioni scaricabili dagli store dei dispositivi mobili: la più famosa è Babbel, fenomeno made in Berlin lanciato nel 2008 dall’ingegnere elettronico Markus Witte, dallo sviluppatore e consulente Thomas Holl e Lorenz Heine, che con un gruppetto di sei collaboratori hanno sviluppato la piattaforma che permette di studiare 14 lingue diverse, dall’inglese all’indonesiano.
Ecco, in estrema sintesi, come funziona.

1. Il progetto: nato nel 2007 ora conta più di 260 collaboratori

Ad avere l’idea è stato Heine, che voleva imparare lo spagnolo e si era messo alla ricerca di un programma per l’apprendimento delle lingue su Internet. Ma all’epoca non c’era niente di valido, in grado di sostituire l’apprendimento classico: dall’intuizione delle potenzialità di questo vuoto nacque nel 2007 la piattaforma Babbel, lanciata sul mercato l’anno successivo.

SEDE A BERLINO, UFFICI A NEW YORK. Sei anni dopo, l’ormai ex startup è gestita dalla società Lesson Nine GmbH con sede a Berlino, uffici a New York e più di 260 collaboratori, 160 assunti e 100 freelance da almeno 26 nazioni diverse. Negli uffici di Babbel lavorano linguisti, esperti madrelingua, autori, traduttori, product designer, programmatori di software e speaker dei materiali audio.
Il team è in continua espansione, spiega la società: ogni mese, in media, ci sono cinque new entry.

2. Gli investitori: Kizoo e Ibb in prima linea

I primi investitori sono arrivati nel 2008: Kizoo Technology Ventures e Ibb Beteiligungsgesellschaft mbh. Nel 2009 la società ha ottenuto 1 milione di euro di fondi europei di sviluppo regionale (Erdf) dall’Ue. Nel 2013 ha annunciato l’acquisizione dell’azienda americana concorrente PlaySay, con sede nel cuore della Silicon Valley californiana, a San Francisco, per penetrare nel mercato statunitense e scalzare colossi del settore come Rosetta Stone.

10 MILIONI DI FINANZIAMENTI. Nello stesso anno ha comunicato di aver ricevuto finanziamenti per 10 milioni di dollari principalmente da Reed Elsevier Ventures e Nokia Growth Partners, insieme con i già presenti Ibb Beteiligungsgesellschaft mbh e Kizoo.
L’investimento, hanno spiegato i manager della società, è servito per accelerare l‘espansione a livello internazionale e per migliorare l’adattamento a tutte le piattaforme online e mobili.

3. I corsi: 14 lingue disponibili, la novità è il russo

Con Babbel è possibile studiare la lingua scelta da computer, tablet e mobile, con app per iOS e Android, Windows Phone, Windows 8 e Kindle Fire. Complessivamente sono oltre 20 milioni i download registrati sui vari store dagli esordi, con una media di mille iscrizioni all’ora. Le lingue disponibili sono – oltre all’italiano – inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, svedese, olandese, turco, polacco, indonesiano, norvegese, danese. L’ultima arrivata è il russo, l’unica che non utilizza l’alfabeto latino. La soluzione proposta da Babbel è una tabella di traslitterazione, che introduce in maniera tematica l’intero alfabeto cirillico.

LE LEZIONI DURANO POCHI MINUTI. In Italia, la lingua più richiesta è l’inglese, seguita da tedesco, francese e spagnolo. Per tutte, sono disponibili vari livelli, così si può partire da zero o approfondire la conoscenza di una lingua già studiata. Le lezioni, sia generali sia tematiche, durano pochi minuti e includono il ripasso di vocaboli e il riconoscimento vocale per apprendere la pronuncia corretta. Babbel prende nota dell’apprendimento dell’utente: gli esercizi di ripasso vengono impostati di conseguenza e le parole studiate finiscono nel vocabolario personalizzato, collegato agli esercizi di ripasso.

4. I costi: registrazione gratuita, un anno a 59,40 euro

La registrazione è gratuita. È possibile provare la prima lezione di ogni corso, mentre bisogna acquistare un abbonamento se si vuole accedere al pacchetto completo. Il costo va dai 9,95 euro per l’abbonamento mensile ai 19,95 per la sottoscrizione trimestrale, fino ai 33,30 per il semestrale e ai 59,40 per l’annuale.

20 GIORNI PER FARSI RIMBORSARE. È prevista anche una sorta di clausola “soddisfatti o rimborsati”, valida per 20 giorni: se l’utente lo desidera, può chiedere la revoca del contratto inviando una email all’indirizzo sales@it.babbel.com.

5. Le problematiche: niente insegnante e il rischio di stufarsi

I corsi di Babbel sono strutturati in maniera tematica, offrono un vocabolario valido e l’opportunità di ripassare quanto già imparato per fissarlo nella memoria, oltre a un approfondimento sulla pronuncia. Le unità sono brevi e lo studio tramite app e web permette di studiare quando si ha tempo, senza vincolarsi agli orari fissi proposti dalle scuole tradizionali. I contro? Essere costanti richiede tanta forza di volontà, perché senza un appuntamento fisso è facile accantonare lo studio a ogni impegno imprevisto fino ad abbandonarlo del tutto.

L’ESPERIENZA FULL-IMMERSION RESTA PREFERIBILE. Inoltre, chi parte da zero potrebbe trovarsi un po’ spaesato e soffrire l’assenza di un insegnante disponibile a spiegare verbi e pronunce più e più volte. E l’app, in ogni caso, difficilmente può sostituire un’esperienza full-immersion nella lingua straniera, come può essere un corso intensivo con madrelingua o, ancora meglio, un’esperienza all’estero.

tratto da lettera43.it

Tutte le lingue di Roma

Che lingua parla una città multiculturale? Tutte, o nessuna. Dall’esigenza di comunicare in più lingue nasce LUCIDE,  linguaggi nelle comunità urbane – integrazione e diversità per l’Europa. Dal 2011, partner provenienti da 16 città, per la maggior parte europee, lavorano per costruire le basi di una società che faccia tesoro della diversità, soprattutto linguistica. Il risultato del lavoro svolto in questi anni è racchiuso in una guida alla gestione delle comunità multilingua nelle città, anche Roma grazie all’Università Foro Italico ha dato il suo contributo.

Le informazioni sono divise per sezioni: sanità, lavoro, settore pubblico, lingue, spazi urbani, studenti plurilingue. Per ogni argomento si analizzano le criticità e i vantaggi che si possono trarre dalla possibilità di comunicare in più lingue, per ogni possibile inciampo comunicativo c’è la proposta di idee da realizzare e di buone pratiche già in atto nelle città impegnate nel progetto. E come si legge dalla guida, anche Roma ha un tessuto di buone pratiche in vari settori: dalla sanità all’istruzione.

Potersi esprimere nella lingua d’origine è un diritto, ma comprendere e farsi comprendere in un paese straniero è una necessità. Per questo motivo la guida LUCIDE dedica una sezione anche all’apprendimento delle lingue. E, in questo campo, Roma sembra essere portatrice sana di esperienze da replicare: dai tandem, scambi d’apprendimento alla pari, alla possibilità di iscrivere i bambini in strutture bilingue, fino all’esempio di associazioni come Genitori della Scuola Di Donato. Tra i modelli positivi c’è anche la rete Scuolemigranti che riesce a tenere insieme associazioni e Centri Territoriali Permanenti, accomunati dall’insegnamento gratuito di italiano a stranieri.

Nel settore pubblico spesso è difficile intendersi perfino tra italiani, ma sembra che ci siano esperienze da raccontare al resto del mondo anche in questo campo. Nel pacchetto di informazioni si cita Immiweb, un portale in cui reperire informazioni sull’integrazione, un kit di sopravvivenza e materiale per l’orientamento disponibile in 8 lingue diverse (inglese, spagnolo,  francese, arabo, romeno, bosniaco, albanese, ucraino). Esempio positivo è anche il Servizio Interculturale delle Biblioteche di Roma che in molte strutture offre ai cittadini una sezione di storie dal mondo con libri in lingua, gestisce un portale di notizie e organizza eventi.

Gli incontri tra culture sono fondamentali per la costruzione della città multiculturale. E anche occasioni come le passeggiate di Roma Migranda, in cui sono i migranti a guidare i turisti nel cuore della città, o le cene interculturali della Rete Italiana di Cultura Popolare sono citate tra le buone pratiche.

Senza esagerare potremmo dire che, a volte, la lingua è una questione di vita. Per questo una città come Roma non potrebbe fare a meno di declinare il portale del servizio sanitario nazionale in 5 lingue, le più parlate dalle comunità del territorio (cinese, inglese, spagnolo, francese, romeno). Non potrebbe rinunciare alla presenza di mediatori culturali negli ospedali, fondamentale per svolgere diagnosi accurate ed evitare errori. Non potrebbe fare a meno della clinica gestita dall’Associazone Medici Stranieri In Italia in cui lingua e cultura non sono una barriera.

Le esperienze di Roma e delle altre città del progetto dimostrano che può esistere una città multiculturale, e che se esiste, parla tutte le lingue. Per maggiori informazioni cliccate qui.

tratto da piuculture.it

Cuore migrante

83Mi piace scrivere e soprattutto mi piace scrivere storie di persone che ho incontrato, che ho amato, che mi hanno lasciato un’emozione, un piccolo segno del loro passaggio nella mia vita. Oggi, però, voglio scrivere un’altra storia, la mia. Anch’io sono stata una migrante. Anch’io ho vissuto il difficile momento della migrazione dal mio paese a un altro estremamente diverso dal mio, anch’io ho dovuto provare a integrarmi in un mondo a me estraneo o per lo meno conosciuto solo sui libri. La mia è stata una scelta, non sono stata costretta ad andarmene, nessuno mi ha privato della mia libertà di movimento e di pensiero. Ma inizialmente la scelta di partire per la Giordania è stata una delle più difficili da prendere: abbandonare la mia famiglia, i miei affetti, la sicurezza della mia casa e delle mie vecchie abitudini, tutto ciò stava per lasciare spazio all’ignoto, al diverso e non posso negare di aver avuto paura. Appena arrivata, la prima impressione non è stata delle migliori. Era un piovoso venerdì di fine marzo, tutti i bar e i negozi serrati per la chiusura settimanale, poche anime in giro per strada. Amman, con le sue casette bianche, sembrava una città fantasma. Mi sono sentita tremendamente sola, se avessi potuto avrei ripreso il primo volo e me ne sarei tornata in Italia, al sicuro. Anche il  solo conversare con il tassista mi metteva a disagio: ma dov’erano finite tutte quelle regole grammaticali della lingua araba che avevo pedissequamente studiato per cinque anni della mia vita? Mi sembrava di non capire più nulla, mi sentivo impotente e nei primi giorni ho martellato di telefonate la mia famiglia, anche solo per sentire una parola di conforto nella mia lingua. A casa abitavo con delle ragazze arabe, che dormivano al piano di sopra e alla prima occasione si rintanavano nelle loro stanze a vedere la tv e io che non riuscivo a farmi una doccia perché l’acqua non era sufficiente neanche per lavarmi i denti e tutte le volte che provavo a fare la lavatrice il pavimento era immancabilmente un lago di sapone. Insomma, non è stato facile. I primi tempi. Poi a poco a poco le cose sono cambiate, ho cercato di non pensare a ciò che avevo lasciato indietro, perché comunque avrei potuto riviverlo, ma di godermi ciò che avevo di fronte, partendo dalle piccole cose: un buon tè alla menta sulla terrazza di un piccolo locale del centro, il melodioso canto del muezzin che chiamava i fedeli alla preghiera, anche se mi svegliava alle cinque del mattino, il  sorriso delle mie coinquiline che mi invitavano a salire da loro per ridere insieme di una buffa soap-opera egiziana, scoprendo che quella che pensavo freddezza nei miei confronti era solo riservatezza. Ho cercato di apprezzare ogni minimo gesto di quello che poi ho trovato essere un popolo estremamente ospitale e gentile, ho cercato di sforzarmi nel parlare in arabo, seppur con mille strafalcioni, perché solo così avrei potuto cogliere ogni sfumatura di quel viaggio che in fondo al cuore avevo sempre sognato. E così mi sono “integrata” o per lo meno ho vissuto il tutto da un altro punto di vista, abolendo i pregiudizi, aprendo gli occhi e affidandomi alle emozioni, all’istinto, tirando fuori forza e tenacia e facendomi coraggio in quei momenti in cui mi sembrava di non farcela. Prima di ripartire per riprendere la mia vita italiana, ho pianto. E ora so, a distanza di anni, che aver compiuto questa esperienza di migrazione, questo viaggio interiore, mi ha reso più consapevole di ciò che c’è al di là del mio naso, di ciò che non è possibile trovare sui libri, perché è vita vera, con tutti i suoi ostacoli e le sue contraddizioni, ma che proprio per questo merita di essere assaporata in ogni suo istante.

Le linee guida della traduzione letteraria

Ogni traduzione letteraria è un’interpretazione e come tale è il traduttore a decidere quali strategie di mediazione linguistico-culturale adottare, quanto avvicinare il lettore al testo o il testo al lettore. Quello che però non manca mai, prima di andare in stampa, è una revisione da parte della casa editrice. Ecco quindi, per chi volesse sottoporre la propria traduzione a una prima revisione “fai da te”, le linee guida di Adelphi, illustrate in un’intervista da Ena Marchi, che tuttavia sottolinea come in traduzione niente abbia valore prescrittivo ma solo e sempre indicativo.

1. Restaurare l’integrità dell’originale: anche al miglior traduttore accade di “saltare” non solo delle parole ma persino intere frasi.

2. Restaurare, nella misura del possibile (e nel caso in cui il traduttore non l’abbia sistematicamente rispettata), la punteggiatura dell’originale e la scansione dei paragrafi; tenendo conto, tuttavia, che ogni lingua ha regole peculiari di punteggiatura che non sempre vanno riprodotte.

3. Verificare che il traduttore non abbia indebitamente sinonimizzato le ripetizioni laddove queste rappresentino una consapevole scelta stilistica dell’autore; eliminare, viceversa, quelle eventualmente introdotte dal traduttore. E restituire al testo una coerenza interna, traducendo certe parole o sintagmi ricorrenti sempre nello stesso modo.

4. Snidare implacabilmente i calchi della lingua di partenza, i faux-amis e, importantissime, le espressioni idiomatiche che il traduttore non avesse riconosciuto come tali.

5. Eliminare, nella misura del possibile, le allitterazioni, gli omeoteleuti e in generale le cacofonie che fossero sfuggiti alla rilettura del traduttore. Corollario importante: evitare di introdurne (a volte una correzione che pare astuta può rivelarsi una catastrofe).

6. Soprattutto, verificare costantemente la tenuta del registro linguistico del testo di arrivo: che la cameriera di un bistrot si esprima in modo diverso da un’aristocratica del Settecento sembra un’ovvietà, eppure accade che anche eccellenti traduttori siano stranamente “sordi” a sfumature (essenziali) di questo tipo.

7. Per finire, controllare scrupolosamente le citazioni, i nomi di personaggi, di luoghi, di opere (letterarie, musicali, pittoriche, ecc.), le date, le unità di misura: tutti quei dettagli che spesso il traduttore non ha il tempo o la possibilità di controllare.

Chiariamo subito un possibile equivoco: quelli che ho appena elencato sono criteri generali, ma vanno calibrati a seconda del tipo di testo che si affronta. Mi spiego: il rispetto rigoroso della punteggiatura e della scansione del testo se deve essere osservato nel caso di uno scrittore fortemente consapevole della sua scrittura può subire delle deroghe nel caso di un testo letterariamente meno sorvegliato in cui conti maggiormente la fluidità del racconto; e se le ripetizioni per così dire portatrici di senso vanno sempre mantenute, è da evitare l’accumulo di ripetizioni goffe (un esempio: i verbi modali). Quello che invece va osservato con rigore inesausto è il registro linguistico.

(da: Ilide Carmignani, Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, prefazione di Ernesto Ferrero, Besa 2008, pp. 80-81)

tratto da booksinitaly.it

Mediterraneo: un mare di solidarietà o focolaio di malattie?

Condivido questa iniziativa poiché credo che in un momento come questo sia necessario più che mai essere informati.

MEDITERRANEO: UN MARE DI SOLIDARIETA’ O FOCOLAIO DI MALATTIE?

Ancona, 14 ottobre 2014

Ore 10.30 – 13,30

Sala Consiliare del Comune di Ancona
Piazza XXIV Maggio, n.1

Saluti Sindaco di Ancona
Valeria Mancinelli

Intervengono

Prof. Aldo Morrone

Presidente dell’Istituto Mediterraneo di Ematologia (IME) e consulente del Ministro della Salute per le malattie delle migrazioni

Giuliano Tagliavento

Dirigente Agenzia Regionale Sanitaria Marche – area Prevenzione e Promozione della Salute

Angelo Conti

Giornalista, Fondazione La Stampa – Specchio dei Tempi

Paolo Bernabucci

Presidente del GUS Gruppo Umana Solidarietà “Guido Puletti”

Sono stati invitati esponenti della Regione Marche e delle Prefetture, Sindaci, Operatori Sanitari, Operatori Sociali.

Di fronte al crescente allarme sul possibile rischio di contagio del virus Ebola, il seminario sarà l’occasione per fornire informazioni agli operatori del settore sociale e sanitario e della comunicazione e per far conoscere i sistemi di prevenzione e di intervento attivati in Italia e in Africa.

L’evento è aperto a tutti. E’ gradita conferma di partecipazione: info@gusitalia.it

Ma fi mushkila

Sono passati tre mesi dal mio arrivo in Italia. Partito dal Sud Sudan, dopo aver attraversato lo sterminato deserto ed essere approdato in Libia, dopo essere scampato alla morte e aver inghiottito la violenza del mare che mi ha ospitato per giorni, sono sbarcato nella piccola isola che tutti chiamano “Lambidusa”. Lì mani esperte mi hanno visitato e messo su un autobus con direzione Bari. Poi, da lì ancora su un altro autobus con direzione Roma, e poi Venezia, infine Ancona. Ho conosciuto delle persone che mi hanno offerto aiuto, una casa, del cibo, la possibilità di studiare la lingua italiana, mi hanno spiegato come andare in Questura, mi hanno detto che potevo parlare con una donna che fa un mestiere che si chiama “bisicologa”. Io non ho capito molto, lei si è presentata come la “dottoressa della testa” e ha iniziato a farmi domande, a parlare, a parlare, a parlare. Vicino a lei c’era un’altra persona che traduceva in arabo e che voleva sapere i fatti miei. Allora, io ho solo detto che non c’era nessun problema. Ma fi mushkila. Ho detto che stavo bene e che mi piaceva l’Italia. Dopo una settimana ci siamo rivisti, voleva sapere qualcosa in più della mia famiglia. Mia madre, mio figlio e mia moglie sono stati uccisi in uno scontro a fuoco a Bor, io mi sono salvato solo perché in quel momento non ero presente, stavo lavorando nel mio negozio di stoffe. Quando ho pensato a loro, quando i loro visi e le loro voci sono rientrati prepotentemente dentro di me, è ricominciato anche un forte mal di testa che non sono riuscito a scacciare. Allora ho solo detto che non sapevo dove fossero, che io ero fuggito dalla guerra e che avevo perso i contatti con loro. Ma sapevo, ero certo che stavano bene. Ma fi mushkila. Quando sono uscito da quella stanza soffocante, volevo solo tornare a casa, sdraiarmi sul letto e chiudere gli occhi con quelle gocce che mi fanno stare meglio, che mi fanno dormire quel poco che basta per poter andare avanti. Per un po’ mi hanno lasciato in pace. Ma poi hanno ricominciato. Ancora domande, ancora aiuto. Non hanno fatto altro che ripetermi che vogliono aiutarmi, che vogliono farmi stare meglio. – Kamal, ascolta, se non ci dici che cosa ti fa star male, noi non possiamo fare niente per te. Non puoi continuare a prendere i farmaci. Dobbiamo capire che cosa è successo. Fidati di noi. – A un certo punto sono scoppiato. – Volete sapere che cos’ho? Volete sapere che cosa voglio? Io voglio morire. Dovete solo lasciarmi morire. – Sono andato via, sono fuggito. Via da loro, via da tutti. Non voglio più pensare, non voglio più ricordare, il dolore è atroce, la testa mi scoppia, il cuore mi martella nel petto. Sono rimasto solo, non ho più nessuno al mondo, ho perso tutto. Perché devo essere obbligato a ricordare? La vita che mi resta non voglio più viverla. Sono fuggito dal mio paese per dimenticare il mio passato. Ma lui è sempre lì, in agguato, è dietro l’angolo. Sento ancora le esplosioni, la gente urlare, i bambini piangere disperati. Vedo ancora le case bruciare e quell’odore acre, pungente, quell’odore di morte. La mia vita è morte. Ora vago per strada, senza una casa, senza un lavoro. Solo quando sarò morto, allora potrò dire davvero, insieme alla mia famiglia, ma fi mushkila.