Il nuovo anno è iniziato e io voglio parlarvi, nel primo post di questo 2015, di un progetto molto interessante in cui mi sono imbattuta per caso girovagando nel web.
Il progetto si fonda sulla necessità di promuovere lo sviluppo di una società europea basata sul rispetto dei diritti fondamentali, la lotta al razzismo, alla xenofobia e altre forme d’intolleranza. Questo bisogno è ancora più rilevante se si tiene conto del nuovo contesto dell’Europa allargata e del ruolo chiave dell’Europa come approdo preferenziale dei flussi migratori. Il miglior modo per ottenere questo obiettivo è promuovere la comprensione reciproca e il dialogo.
Il progetto ComiX4= Comics for Equality vuole sviluppare e accrescere il dibattito e la discussione per combattere il razzismo, la xenofobia e la discriminazione in Europa, in particolare in Italia, Bulgaria, Estonia, Romania e Lettonia. Il progetto vuole coinvolgere migranti e seconde generazioni di migranti – spesso soggetti di discriminazioni – nella creazione di prodotti artistici – cioè fumetti – al fine di combattere razzismo e xenofobia.
Le principali attività sono il premio ComiX4= Comics for Equality Award (un concorso per premiare i migliori fumetti inediti di artista migrante); il website interattivo www.comix4equality.eu; un catalogo di 80 pagine con i migliori fumetti arrivati attraverso il premio; un “Comics Handbook”, una guida all’uso per laboratori creativi sul fumetto; una mostra itinerante delle tavole; e laboratori creativi sul fumetto da svolgersi in vari Paesi europei.
Il progetto è diretto da Africa e Mediterraneo in collaborazione coi partner NGO Mondo (Estonia), Workshop for Civic Initiatives Foundation (Bulgaria), ARCA (Romania) e Grafiskie stasti (Lettonia). ComiX4= Comics for Equality è finanziato dall’Unione Europea – Programma Diritti Fondamentali e Cittadinanza – novembre 2012.
tratto da comix4equality.eu
Italia! Ce l’ho fatta, sono arrivato! E’ questo ciò che ho pensato quando mi hanno tirato fuori, fortunatamente vivo, dalla pancia del camion sulla quale avevo viaggiato per giorni. Accanto a me altri quattro hazara, nessuno è riuscito a vedere il sole italiano. Sono afghano, mi chiamo Daoud e vengo da Mazar-i-Sharif. Non so di preciso quanti anni ho, forse 18 o 19, è tanto tempo che viaggio. Ho passato un paio di anni in Iran e poi, dopo la Turchia ed essere finalmente approdato in Grecia, sapevo già che mi aspettava il mio camion. Funziona così per noi hazara. Non abbiamo documenti, non abbiamo soldi, ma siamo costretti a lasciare il nostro paese per non morire. Ho conosciuto altri afghani che, come me, hanno tentato la sorte. Mi sono sistemato nella pancia stretta, puzzolente, calda, troppo calda, del bestione che mi avrebbe portato verso la salvezza. In terra o in cielo. Non ho mangiato per giorni, avevo male dappertutto, le mie ossa scricchiolavano a ogni piccola buca. A un certo punto non riuscivo più a ragionare con lucidità, non sapevo neanche dove fossi, sapevo solo che dovevo restare lì, nascosto nella mia sofferenza. Potevo solo pregare. Pregavo Allah per me, ma soprattutto per mia madre e le mie sorelle rimaste in Iran. Chissà forse un giorno avrei potuto riabbracciarle. Mio padre e mio fratello sono stati uccisi in Afghanistan, ormai sono io il capofamiglia. Questo ciò che mi ripetevo. Dovevo provare a vivere per salvare la parte che restava della mia famiglia. Quasi privo di forze, tentavo di ricordare la mia dolce infanzia e quegli aquiloni colorati che facevamo volare, su nel cielo azzurro, nella felicità di un abbraccio, di un sorriso della mamma, di una tenera occhiata del papà. Poi credo di essere svenuto, perché non so cosa sia successo, mi sono svegliato, ma intorno a me era buio, non vedevo nulla, mi sembrava di essere su una nave, ma non ne ero sicuro, forse erano solo mie allucinazioni. E poi sono svenuto ancora. E ancora ho riaperto gli occhi, ma ormai non riuscivo più a percepire nulla, la mia mente era vuota. Non ero più Daoud, ero un corpo in fin di vita. E poi alcune mani, tante mani, tutte bianche. Mi hanno preso e mi hanno strattonato per cercare di liberarmi dal mostro che mi teneva ancorato a sé. Un mostro che, paradossalmente, mi aveva salvato la vita. Ho scoperto poi di essere arrivato al porto di Ancona. L’Italia. La terra che tanto avevo sognato, la terra che mi avrebbe ridato la libertà. Sono stato portato in ospedale, dove sono rimasto 17 giorni. Avevo due costole rotte, una grossa ferita al volto, ustioni di secondo grado alle braccia e alle gambe e non ricordo che altro, ma ero vivo. Da quei primi giorni in questo paese sono passati due anni: due anni in cui ho potuto imparare una lingua per me incomprensibile, due anni in cui ho potuto curarmi, due anni in cui ho potuto imparare a cucinare la pizza, due anni in cui ho ottenuto l’asilo. Ora sono un rifugiato e finalmente sono libero. Ho pochi soldi, il lavoro scarseggia, sto pensando di tentare la fortuna in Germania o in Svezia, chissà. Di notte non dormo, ho ancora gli incubi. Rivedo ancora quel mostro nero, che mi ha piegato, ma non mi ha spezzato. In fondo, mi è stato amico: grazie a lui ora sono tornato a essere Daoud, quel bambino che, ormai diventato grande, spera un giorno di far volare un aquilone, felice e spensierato, insieme alla sua famiglia.
Sono passati tre mesi dal mio arrivo in Italia. Partito dal Sud Sudan, dopo aver attraversato lo sterminato deserto ed essere approdato in Libia, dopo essere scampato alla morte e aver inghiottito la violenza del mare che mi ha ospitato per giorni, sono sbarcato nella piccola isola che tutti chiamano “Lambidusa”. Lì mani esperte mi hanno visitato e messo su un autobus con direzione Bari. Poi, da lì ancora su un altro autobus con direzione Roma, e poi Venezia, infine Ancona. Ho conosciuto delle persone che mi hanno offerto aiuto, una casa, del cibo, la possibilità di studiare la lingua italiana, mi hanno spiegato come andare in Questura, mi hanno detto che potevo parlare con una donna che fa un mestiere che si chiama “bisicologa”. Io non ho capito molto, lei si è presentata come la “dottoressa della testa” e ha iniziato a farmi domande, a parlare, a parlare, a parlare. Vicino a lei c’era un’altra persona che traduceva in arabo e che voleva sapere i fatti miei. Allora, io ho solo detto che non c’era nessun problema. Ma fi mushkila. Ho detto che stavo bene e che mi piaceva l’Italia. Dopo una settimana ci siamo rivisti, voleva sapere qualcosa in più della mia famiglia. Mia madre, mio figlio e mia moglie sono stati uccisi in uno scontro a fuoco a Bor, io mi sono salvato solo perché in quel momento non ero presente, stavo lavorando nel mio negozio di stoffe. Quando ho pensato a loro, quando i loro visi e le loro voci sono rientrati prepotentemente dentro di me, è ricominciato anche un forte mal di testa che non sono riuscito a scacciare. Allora ho solo detto che non sapevo dove fossero, che io ero fuggito dalla guerra e che avevo perso i contatti con loro. Ma sapevo, ero certo che stavano bene. Ma fi mushkila. Quando sono uscito da quella stanza soffocante, volevo solo tornare a casa, sdraiarmi sul letto e chiudere gli occhi con quelle gocce che mi fanno stare meglio, che mi fanno dormire quel poco che basta per poter andare avanti. Per un po’ mi hanno lasciato in pace. Ma poi hanno ricominciato. Ancora domande, ancora aiuto. Non hanno fatto altro che ripetermi che vogliono aiutarmi, che vogliono farmi stare meglio. – Kamal, ascolta, se non ci dici che cosa ti fa star male, noi non possiamo fare niente per te. Non puoi continuare a prendere i farmaci. Dobbiamo capire che cosa è successo. Fidati di noi. – A un certo punto sono scoppiato. – Volete sapere che cos’ho? Volete sapere che cosa voglio? Io voglio morire. Dovete solo lasciarmi morire. – Sono andato via, sono fuggito. Via da loro, via da tutti. Non voglio più pensare, non voglio più ricordare, il dolore è atroce, la testa mi scoppia, il cuore mi martella nel petto. Sono rimasto solo, non ho più nessuno al mondo, ho perso tutto. Perché devo essere obbligato a ricordare? La vita che mi resta non voglio più viverla. Sono fuggito dal mio paese per dimenticare il mio passato. Ma lui è sempre lì, in agguato, è dietro l’angolo. Sento ancora le esplosioni, la gente urlare, i bambini piangere disperati. Vedo ancora le case bruciare e quell’odore acre, pungente, quell’odore di morte. La mia vita è morte. Ora vago per strada, senza una casa, senza un lavoro. Solo quando sarò morto, allora potrò dire davvero, insieme alla mia famiglia, ma fi mushkila.
– Ancona, stazione di Ancona – gracchia la voce metallica dall’altoparlante. Io scruto il tabellone velocemente, è tardi, devo muovermi. Intercity da Bari, binario 3. Ok, faccio per precipitarmi giù dalle scale, ma loro sono già lì. Si guardano intorno, spaesati, con il viso muto e guardingo. Hanno una marea di valigie, non so come faremo per trascinarle fino al loro alloggio. Mi avvicino, mi presento, provo a comunicare, ma la nostra conversazione si riduce a qualche parola in italiano, qualcuna in un inglese stentato e molti, troppi silenzi. Mi sento scrutata, letteralmente squadrata da capo a piedi. Mi sento colpevole perché dobbiamo andare a piedi e loro sono già stanchissimi. Provo a parlare con i due ragazzi, di 11 e 16 anni, ma a loro interessa sapere solo se c’è la tv, se possono vedere canali armeni, se possono fare sport. La mamma mi guarda con occhi tristi e il papà cammina spedito a passo di marcia. Non sarà facile, mi dico. Poi corro in ufficio per fare qualche ricerca. Voglio documentarmi sul loro paese e capire meglio la loro storia. Leggo che la famiglia Malakian viene da Yerevan, dalla poco conosciuta Armenia, terra, da quanto ne sappia, in cui non sono in corso conflitti civili. E allora perché hanno richiesto asilo in Italia? Scartabello un po’ i documenti che ho e scopro che lui, il capofamiglia dagli occhi di ghiaccio, era il boss del corpo di polizia e sua moglie gestiva una cooperativa abbastanza conosciuta. Condizioni agiate, grande casa con giardino e vista sull’Ararat, autista personale, scuole private per i figli, possedimenti e beni di grande valore. E allora? Che cosa è successo? Mi cadono gli occhi su un articolo di giornale scritto in inglese. Si parla di “casa bruciata”, “gravi ustioni del figlio maggiore”, “persecuzioni continue”. Vado a leggere qualcos’altro sull’Armenia e scopro che c’è una potente mafia locale che ha a che fare con traffici illeciti di droga, armi e riciclaggio di denaro sporco. Forse il signor Malakian ha scoperto qualcosa che lo ha inevitabilmente condannato. Passano giorni, mesi e per me la famiglia armena resta ancora un mistero. Cerco di fare il mio dovere, li aiuto con l’apprendimento della lingua italiana, vado a casa loro per studiare con i ragazzi, mi offro di aiutarli per vari problemi domestici. Sono gentili, ma assenti. Finché un giorno mi trattengo un po’ di più, scopro anch’io le mie carte, racconto un po’ di me e la signora Anush mi chiede se voglio aiutarla a cucinare un dolce. E’ un’ottima cuoca e tra farina, miele e mandorle, finalmente riesce a sfogarsi. Lasciare la sua vita, le sue comodità, i suoi vestiti, i gioielli fino ad arrivare in Italia, prendere i vestiti alla Caritas, accumularne tanti per credere di essere di nuovo ricca, viaggiare in un treno sporco e poi entrare in un appartamento piccolo, spoglio e iniziare a cucinare, giorno e notte, per non pensare. Per non ricordare quelle fiamme che la circondavano e che hanno portato via mezza spalla del figlio, per non ricordare il viso pestato di suo marito e il terrore negli occhi del figlio minore quando hanno provato ad uccidere anche lei. Costretti alla fuga perché il signor Malakian è stato preso di mira, una persona integerrima e onesta che non riavrà più tutto quello che aveva faticosamente costruito, a partire dalla sua carriera. Dopo quel dolce solo nostro e dopo tanti altri dolci, a distanza di un anno, ho risentito telefonicamente Anush. Ora vivono a Brescia e suo marito lavora come operaio. I figli stanno bene, si sono integrati, hanno molti amici. E lei? Lei sopravvive. Certe volte cucina ancora, altre volte ricorda la sua Armenia con un dolore meno acuto, ripensa alla sua vecchia vita con nostalgia, ma allo stesso tempo sa che era necessario fare quello che ha fatto per la sua famiglia. Guarda le vetrine e sospira amaramente. Non può acquistare nulla, ma al suo ultimo compleanno suo marito le ha regalato una rosa. Questo per lei è già tanto.




Da sempre la traduzione di testi letterari rappresenta l’internazionalità della scrittura, che permette a qualsiasi appassionato e “mangiatore” di libri di viaggiare per continenti e mondi altrimenti troppo lontani da esplorare e permette di conoscere culture talmente diverse da poter apportare alla propria un qualcosa di mai pensato. La traduzione non è solo vista come una macchina di esplorazione nel presente ma anche nel passato, grazie ad essa infatti siamo riusciti a studiare e comprendere mondi antichi come quelli latino e greco ma anche a conoscere importanti romanzieri ottocenteschi.
Per la prima volta da quando è stato istituito, il premio per la narrativa araba va a uno scrittore iracheno.