Tutte le lingue di Roma

Che lingua parla una città multiculturale? Tutte, o nessuna. Dall’esigenza di comunicare in più lingue nasce LUCIDE,  linguaggi nelle comunità urbane – integrazione e diversità per l’Europa. Dal 2011, partner provenienti da 16 città, per la maggior parte europee, lavorano per costruire le basi di una società che faccia tesoro della diversità, soprattutto linguistica. Il risultato del lavoro svolto in questi anni è racchiuso in una guida alla gestione delle comunità multilingua nelle città, anche Roma grazie all’Università Foro Italico ha dato il suo contributo.

Le informazioni sono divise per sezioni: sanità, lavoro, settore pubblico, lingue, spazi urbani, studenti plurilingue. Per ogni argomento si analizzano le criticità e i vantaggi che si possono trarre dalla possibilità di comunicare in più lingue, per ogni possibile inciampo comunicativo c’è la proposta di idee da realizzare e di buone pratiche già in atto nelle città impegnate nel progetto. E come si legge dalla guida, anche Roma ha un tessuto di buone pratiche in vari settori: dalla sanità all’istruzione.

Potersi esprimere nella lingua d’origine è un diritto, ma comprendere e farsi comprendere in un paese straniero è una necessità. Per questo motivo la guida LUCIDE dedica una sezione anche all’apprendimento delle lingue. E, in questo campo, Roma sembra essere portatrice sana di esperienze da replicare: dai tandem, scambi d’apprendimento alla pari, alla possibilità di iscrivere i bambini in strutture bilingue, fino all’esempio di associazioni come Genitori della Scuola Di Donato. Tra i modelli positivi c’è anche la rete Scuolemigranti che riesce a tenere insieme associazioni e Centri Territoriali Permanenti, accomunati dall’insegnamento gratuito di italiano a stranieri.

Nel settore pubblico spesso è difficile intendersi perfino tra italiani, ma sembra che ci siano esperienze da raccontare al resto del mondo anche in questo campo. Nel pacchetto di informazioni si cita Immiweb, un portale in cui reperire informazioni sull’integrazione, un kit di sopravvivenza e materiale per l’orientamento disponibile in 8 lingue diverse (inglese, spagnolo,  francese, arabo, romeno, bosniaco, albanese, ucraino). Esempio positivo è anche il Servizio Interculturale delle Biblioteche di Roma che in molte strutture offre ai cittadini una sezione di storie dal mondo con libri in lingua, gestisce un portale di notizie e organizza eventi.

Gli incontri tra culture sono fondamentali per la costruzione della città multiculturale. E anche occasioni come le passeggiate di Roma Migranda, in cui sono i migranti a guidare i turisti nel cuore della città, o le cene interculturali della Rete Italiana di Cultura Popolare sono citate tra le buone pratiche.

Senza esagerare potremmo dire che, a volte, la lingua è una questione di vita. Per questo una città come Roma non potrebbe fare a meno di declinare il portale del servizio sanitario nazionale in 5 lingue, le più parlate dalle comunità del territorio (cinese, inglese, spagnolo, francese, romeno). Non potrebbe rinunciare alla presenza di mediatori culturali negli ospedali, fondamentale per svolgere diagnosi accurate ed evitare errori. Non potrebbe fare a meno della clinica gestita dall’Associazone Medici Stranieri In Italia in cui lingua e cultura non sono una barriera.

Le esperienze di Roma e delle altre città del progetto dimostrano che può esistere una città multiculturale, e che se esiste, parla tutte le lingue. Per maggiori informazioni cliccate qui.

tratto da piuculture.it

Cuore migrante

83Mi piace scrivere e soprattutto mi piace scrivere storie di persone che ho incontrato, che ho amato, che mi hanno lasciato un’emozione, un piccolo segno del loro passaggio nella mia vita. Oggi, però, voglio scrivere un’altra storia, la mia. Anch’io sono stata una migrante. Anch’io ho vissuto il difficile momento della migrazione dal mio paese a un altro estremamente diverso dal mio, anch’io ho dovuto provare a integrarmi in un mondo a me estraneo o per lo meno conosciuto solo sui libri. La mia è stata una scelta, non sono stata costretta ad andarmene, nessuno mi ha privato della mia libertà di movimento e di pensiero. Ma inizialmente la scelta di partire per la Giordania è stata una delle più difficili da prendere: abbandonare la mia famiglia, i miei affetti, la sicurezza della mia casa e delle mie vecchie abitudini, tutto ciò stava per lasciare spazio all’ignoto, al diverso e non posso negare di aver avuto paura. Appena arrivata, la prima impressione non è stata delle migliori. Era un piovoso venerdì di fine marzo, tutti i bar e i negozi serrati per la chiusura settimanale, poche anime in giro per strada. Amman, con le sue casette bianche, sembrava una città fantasma. Mi sono sentita tremendamente sola, se avessi potuto avrei ripreso il primo volo e me ne sarei tornata in Italia, al sicuro. Anche il  solo conversare con il tassista mi metteva a disagio: ma dov’erano finite tutte quelle regole grammaticali della lingua araba che avevo pedissequamente studiato per cinque anni della mia vita? Mi sembrava di non capire più nulla, mi sentivo impotente e nei primi giorni ho martellato di telefonate la mia famiglia, anche solo per sentire una parola di conforto nella mia lingua. A casa abitavo con delle ragazze arabe, che dormivano al piano di sopra e alla prima occasione si rintanavano nelle loro stanze a vedere la tv e io che non riuscivo a farmi una doccia perché l’acqua non era sufficiente neanche per lavarmi i denti e tutte le volte che provavo a fare la lavatrice il pavimento era immancabilmente un lago di sapone. Insomma, non è stato facile. I primi tempi. Poi a poco a poco le cose sono cambiate, ho cercato di non pensare a ciò che avevo lasciato indietro, perché comunque avrei potuto riviverlo, ma di godermi ciò che avevo di fronte, partendo dalle piccole cose: un buon tè alla menta sulla terrazza di un piccolo locale del centro, il melodioso canto del muezzin che chiamava i fedeli alla preghiera, anche se mi svegliava alle cinque del mattino, il  sorriso delle mie coinquiline che mi invitavano a salire da loro per ridere insieme di una buffa soap-opera egiziana, scoprendo che quella che pensavo freddezza nei miei confronti era solo riservatezza. Ho cercato di apprezzare ogni minimo gesto di quello che poi ho trovato essere un popolo estremamente ospitale e gentile, ho cercato di sforzarmi nel parlare in arabo, seppur con mille strafalcioni, perché solo così avrei potuto cogliere ogni sfumatura di quel viaggio che in fondo al cuore avevo sempre sognato. E così mi sono “integrata” o per lo meno ho vissuto il tutto da un altro punto di vista, abolendo i pregiudizi, aprendo gli occhi e affidandomi alle emozioni, all’istinto, tirando fuori forza e tenacia e facendomi coraggio in quei momenti in cui mi sembrava di non farcela. Prima di ripartire per riprendere la mia vita italiana, ho pianto. E ora so, a distanza di anni, che aver compiuto questa esperienza di migrazione, questo viaggio interiore, mi ha reso più consapevole di ciò che c’è al di là del mio naso, di ciò che non è possibile trovare sui libri, perché è vita vera, con tutti i suoi ostacoli e le sue contraddizioni, ma che proprio per questo merita di essere assaporata in ogni suo istante.