A Firenze la sesta edizione del festival Middle East Now

Film Middle East NowE’ partito ieri e durerà fino al 13 aprile il Festival Middle East NOW, giunto ormai alla sua sesta edizione. Firenze torna ad essere il palcoscenico per il cinema, arte, cultura e attualità dal Nord Africa e dal Medio Oriente.

In un momento in cui sui nostri media girano notizie a volte sbagliate su politica e cultura arabo-islamica (spesso poco documentate, quando non venate da pregiudizi vari), questo festival è proprio quello che ci vuole, con la sua genuinità e freschezza.

Il tema della sesta edizione di Middle East Now sarà il ”viaggio”, e si svilupperà attraverso una serie di eventi, proiezioni, pubblicazioni e installazioni fotografiche e artistiche, basate sul concetto di “viaggiare in Medio Oriente”. Viaggiare inteso come atto fondamentale di conoscenza, perché viaggiare significa conoscere, vedere, pensare, confrontarsi, dialogare. Con una miriade di progetti speciali, Middle East Now si trasformerà in un palcoscenico di esperienze e percorsi, di speciali itinerari all’interno della grande mappa del Medio Oriente, la vasta area del mondo che va dal Marocco all’Afghanistan, passando per Tunisia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Palestina, Giordania, Emirati Arabi, Siria, Bahrein, Iran, Iraq, Kurdistan, Arabia Saudita e fino alla Turchia.

Quindi, spazio al cinema, alla cultura, alla cucina, alla letteratura, all’arte e alla politica mediorientale: andate a Firenze e portate con voi un pezzettino di Medio Oriente. Non ve ne pentirete!

E noi due insieme, nell’abbraccio di Dio

imagesStasera finalmente la sento. Posso parlare con la mia ragione di vita. Ha una voce così lontana, ma così limpida e trasparente. So che anche lei mi ama come io amo lei più di tutto. Anche più di Dio. Aspetto il momento di ascoltare la sua voce come un miracolo, un evento che mi rende felice per intere giornate, fino a quando ho la fortuna di risentirla ancora. Mana, è questo il suo dolce nome, ha i capelli di un nero corvino, ricci e ribelli, che le accarezzano le spalle e le incorniciano il volto luminoso e quei suoi grandi occhi scuri che hanno visto molto di più di quello che avrebbero dovuto vedere. E’ magra, forse troppo, ma è bella. Di una bellezza sconvolgente. Mi manca non poterla abbracciare, non poterla baciare, stringerla a me e farle sentire tutto il mio amore. Mi manca non poter parlare con lei quanto vorrei e riuscire a rubare solo quei dieci, forse cinque minuti una sera ogni mille, finché dura la corrente in Costa D’Avorio e finché durano i miei pochi spiccioli per pagare la connessione internet. Odio non riuscire ad avere un po’ di intimità con lei, odio condividerla con gli altri avventori dell’internet point, perché lei è solo mia. Sono geloso, geloso come un pazzo. Forse è la lontananza, io in Italia, lei laggiù, nella nostra amata terra, ma una terra così fragile, pericolosa, instabile. Ho paura per lei, so che lì ci sono troppi pericoli, so che ogni giorno potrei perderla e soffro in silenzio, prego Dio di salvarla, piango, a volte mi dispero nella mia solitudine. Sto cercando di portarla qui con me, di fare il ricongiungimento, ma è così difficile. Sono un semplice uomo, con un permesso di soggiorno come rifugiato, che non ha un lavoro, ha un coinquilino maliano che lo aiuta con le spese, sta studiando per diventare una persona migliore, ma che non ha un futuro. Quando penso al domani, mi vedo con lei, ma ciò che ci circonda è sfumato, come circondato da una fitta nebbia che stenta a diradarsi. E noi due insieme, nell’abbraccio di Dio. Lui è il mio conforto, il mio rifugio, se non avessi Lui non so come andrei avanti.

Sono passate due settimane e ho saputo che Mana è malata. Sì, ora lei, la mia gioia, è malata. Sto cercando di mandarle dei soldi, tramite il mio migliore amico che l’ha portata in ospedale, ma ne ho così pochi che non bastano neanche per un paio di medicine. Non so che malattia ha, non so se sia grave, vorrei poterla vedere, vorrei assicurarmi che guarisca, ma non posso fare niente di tutto ciò. Devo solo aspettare. Aspettare nel mio dolore. Aspettare nel dolore di un padre che non sa se potrà mai riabbracciare sua figlia. Sono migrato in Italia per salvarmi la vita e per costruirmene una nuova, ma sarebbe tutto inutile se lei, di appena quattro anni, morisse e mi lasciasse solo e disperato. Sua madre, la mia ex moglie, l’ha abbandonata al suo destino e ora ha un’altra famiglia. Lei ha solo me e io solo lei. Oggi ho iniziato uno stage in un’importante azienda, una speranza in più per noi due. Se mi assumeranno forse potrò guadagnare quei soldi che mi occorrono per lei, per farla stare bene e poi per portarla da me. Una volta che saremo insieme tutto questo dolore che mi attanaglia lo stomaco sparirà e allora potrò dire davvero che il mio duro e infinito viaggio mi ha regalato una nuova vita.